Fare della poesia uno spettacolo: l’“avventura felice” della Compagnia delle Poete

di M. Cristina Mauceri  – University of Sydney

Nel marzo del 2010 durante un soggiorno a Roma ho avuto la fortuna di assistere al debutto del primo spettacolo della Compagnia delle poete, Acromanzie. Da anni conoscevo Mia Lecomte, italo-francese, ideatrice e fondatrice della Compagnia, e sapevo che si dedicava con passione e generosità alla pubblicazione di poeti e poete translingui che scrivono in italiano. I suoi numerosi contatti – a Roma e in altre città italiane – e le sue ottime capacità organizzative e relazionali le hanno permesso di creare un gruppo di poete provenienti da paesi europei ed extraeuropei.  Ha dato così vita a un fenomeno unico nel panorama artistico italiano, perché ha fatto della poesia un’arte comunitaria da condividere. Infatti le artiste – una ventina circa – si esibiscono sul palcoscenico, dove recitano sia le loro poesie sia quelle delle altre, poiché non tutte possono essere sempre presenti in quanto vivono in città diverse. Questo fatto ha generato un fenomeno interessante che caratterizza il gruppo, ovvero una creolizzazione poetica e transculturale causata dalle diverse origini delle poete nonché dalle diverse tradizioni culturali e linguistiche a cui appartengono. “Poete da palcoscenico” le ha giustamente definite Francesco, che ha dedicato loro un’interessante monografia, Premiata Compagnia delle poete, (Cosmo Iannone 2013) infatti le poete coniugano la recitazione delle poesie con la musica, la danza, il mimo e a volte con filmati di scene della loro vita quotidiana.

Dopo l’esordio a Roma, gli spettacoli della Compagnia (Madrigne 2010, Le altre 2011, Novunque 2012) sono andati in scena, anche in altre città italiane (oltre a Roma, Milano, Bergamo, Trieste, Ferrara, Firenze, Palermo) e anche in Francia (Parigi, Montpellier), Marocco (Rabat)  e Svizzera (Lugano). Sono oggetto di studi accademici sia in Italia sia all’estero e le loro poesie sono anche state pubblicate. Al momento stanno preparando un nuovo spettacolo.

I link della Compagnia:

Intervista

MCrM: Come è nata l’idea di creare una Compagnia di poete?

Mia Lecomte: L’idea della Compagnia ha covato a lungo, durante gli anni che ho dedicato alla poesia transnazionale italofona: studiavo e archiviavo i testi, e intanto pensavo a un modo per mettere in relazione “dinamica” le poetiche dei vari autori – voci e persone – che nel profondo erano legati da una motivazione forte di esistenza, che allacciava i destini di tutte quelle parole in transito; e pensavo a come presentare al meglio questa poesia in tutta la sua energia creatrice.

Poi è arrivata la scelta del femminile, che ha rinforzato le ragioni del collettivo, l’ha nutrito di significato.

MCrM Una compagnia al femminile di poete translingui, che recitano le loro e anche le poesie delle altre in pubblico, rappresenta almeno nel panorama letterario italiano un fenomeno unico e importante. Quando ti sei resa conto della specificità e dell’importanza di questo fenomeno?

Mia Lecomte: Dell’importanza della Compagnia, della sua “unicità”, me ne sono accorta dopo, lavorando tutte insieme agli spettacoli. E poi riflettendoci “da studiosa”, in interventi critici e interviste. E continuo, anche in questa veste, ancora, a scoprire buone ragioni per proseguire nella nostra avventura felice.

Ma la Compagnia è nata anche da un mio duplice disagio personale: una fragilità, una timida irrequietezza, nei confronti di ogni forma di “intellettualità” ufficiale; e, conseguentemente, la difficoltà di trovare, nell’ambiente letterario e poetico che mi circondava, consonanza artistica e umana, un habitat per la sopravvivenza della poesia che amo, non necessariamente la mia.

Da questo punto di vista, dunque, la Compagnia è la mia comunità d’elezione: ironicamente libera, teneramente anarchica; è l’acquario ossigenato del mio pesce-poesia, che non ha più paura, sa dove si trova, non è più solo.

MCrM Per mantenere lo spirito comunitario del gruppo si è pensato di rivolgere a tutte le poete la stessa domanda. Leggendo le risposte, ci si rende conto della coralità della Compagnia e, nello stesso tempo, della peculiarità di ogni poeta.

Ed ecco la domanda rivolta alle poete. Ringrazio Mia Lecomte per avermi fatto avere puntualmente le risposte e le poete per la loro disponibilità. 

“Che cosa significa per voi dal punto di vista personale, letterario e culturale far parte di una Compagnia che è sicuramente un fenomeno artistico unico, almeno in Italia?”

Candelaria Romero (argentina):

Dal punto di vista personale, significa amicizia: la Compagnia delle poete è soprattutto legami che si sono creati lungo gli anni, condividendo viaggi, colazioni, pranzi, cene, prove, notti e chiacchiere. A volte sembriamo in gita scolastica e ci divertiamo un mondo! La poesia per me è anche questo: una ricerca poetica che si mescola fortemente alla vita, agli sguardi, alle risate e agli abbracci.

Dal punto di vista letterario, significa contaminarsi con la poetica altrui. Molte volte mi sono trovata, dopo uno spettacolo, ad avere per giorni e giorni in mente le poesie delle altre; entrano dentro di te come una canzone che tu continui a canticchiare dopo averla ascoltata alla radio per tante volte; la sua cantilena ti solleva, dà un ritmo alla tua giornata e poi, quando arriva il momento di scrivere, ti guida per un pezzo. Con le poete ho imparato cosa vuol dire la parola detta: l’oralità, il suo ritmo, la sua voce, la sua limpidezza. Un lavoro profondo ma mai solitario, sempre in relazione con le altre e con chi ci ascolta dalla platea.

A livello culturale, credo fortemente che quello che stiamo proponendo è qualcosa di vivo, innovativo e incisivo. Un progetto da promuovere ovunque e da imitare. Un’iniziativa che porta dentro di sé molteplici messaggi, anche sociali, ma soprattutto offre l’ascolto di testi con una qualità poetica alta. Questa è in fondo la nostra forza: qualità, innovazione e collettività.

Dietro a tutto questo c’è la voglia di portare avanti una riflessione poetica collettiva, che soddisfi e dia nuova vita alla parola scritta. 

Laure Cambau (francese):

La Compagnia mi offre l’opportunità di riunire le due parti di me: la metà “scenica” – sono anche pianista – e quella di scrittrice che lavora nell’ombra; mi permette di navigare senza troppa apprensione dalla solitudine della stanza alla luce della scena.

La scrittura dei nostri spettacoli ci conduce nell’esplorazione di temi – favole, case… – come punti di partenza verso nuovi cammini d’ispirazione poetica.

L’assenza totale di rivalità tra di noi, la partecipazione sempre sincera per i nostri successi personali rispettivi, mi sembrano cose decisamente uniche nell’universo letterario.

La Compagnia delle poete: dividere la nostra intimità in scena, a nido aperto sul mondo…

Helene Paraskeva (greca):

Fare parte della Compagnia per me significa prima di tutto uscire dall’individualità e dall’isolamento del(la) poeta. Comporta diventare consapevole dei miei difetti ed eventuali pregi, e non in assoluto, passivamente, ma relazionandomi, lavorando con le altre; diventare consapevole degli elementi della poetica delle altre, degli stili, i temi, i messaggi, l’umorismo, l’ironia, e ricevere i loro input. La consapevolezza ci conduce a una certa osmosi e armonizzazione fra di noi.

La memorizzazione delle poesie contribuisce a sviluppare il senso della struttura e del ritmo. Spesso mi capita di rendermi conto che una parola va meglio di un’altra, proprio mentre la recito. 

La transizione dalla poesia al dramma, poi, per me ha un valore culturale aggiunto, cioè il recupero della tradizione della poesia recitata, dal carro di Tespi fino alle antiche tragedie e commedie.

Confesso di essere travolta dal “triangolo amoroso” che esiste fra noi (poete), la cultura di ciascuna di noi (differente una dall’altra), e la lingua italiana, che compie il “miracolo” in ogni performance della Compagnia…

Un riconoscimento va a Mia, che aveva visto prima di noi tutto questo.

Livia Bazu (romena):

Dal punto di vista personale…: sono le persone! Le chiacchierate con ciascuna, e l’atmosfera dello stare insieme in un’Italia larga di ricordi d’altrove, quel senso d’apertura che si ritrova nei gruppi interculturali, di confidenza (anche quando non si fanno propriamente confidenze), rispetto a certi vissuti, e anche il gusto di poter scoprire sempre qualcosa di sconosciuto, della morbidezza dei gruppi femminili, il piacere della parola che si trova nella buona conversazione dei gruppi letterari ma non accademici.

Dal punto di vista culturale: tutto questo ricondotto alla dimensione pubblica di ciò che un gruppo del genere porta come messaggio di umanità nel panorama culturale italiano, in cui le iniziative interculturali sono spesso sociali (nel senso di assistenziali, paternaliste, ecc) e/o politicizzate, comunque troppo focalizzate sull’immigrazione in quanto fenomeno condizionato dalle leggi del mercato e del potere.

Dal punto di vista letterario: un certo modo di scrittura, in cui individualità-interiorità e collettività – i due poli della letteratura impegnata (secondo me nati dal romanticismo, ed eredità molto mascolina, e un po’ pesante) – non si trovano più in opposizione, ma in continuità, e che risponde io credo al bisogno di rifondare appunto il ruolo della letteratura (e della poesia, nello specifico, e in questo l’oralità è fondamentale) superando questa scissione.

Adriana Langtry (argentina):

Per me è un’esperienza intensa, a livello artistico ma soprattutto umano. Ad ogni incontro con il gruppo delle poete e l’entourage di artisti, amici, figli, compagni, mariti che gira intorno ad esso, è come tuffarsi in una sorgente di energia creativa. Non è stato facile, all’inizio, così diffidente come sono per natura e reduce, ahimé, da una formazione basata sul mito della riuscita individuale. Ma proprio per questo devo ringraziare la Compagnia della possibilità che mi ha offerto di andare incontro ad un progetto condiviso. Fare parte della Compagnia è un’esperienza arricchente e impegnativa, perché si tratta di trovare sempre un equilibrio, di dare il meglio di sé e al tempo stesso di fare, se necessario, un passo indietro in nome dell’armonia dell’insieme.

Esserne parte ha modificato anche il mio modo di scrivere. Recitare le poesie a voce alta è diventata una maniera naturale per ricercare ritmi, musicalità, significati che nell’oralità mi pare trovino un modo più fluido di svelarsi. Mi succede lo stesso leggendo i testi di altri.

Vedo la Compagnia come un lavoro orchestrale coordinato dal tocco sensibile di Mia. Credo che la nostra forza risieda in questa sinergia multidisciplinare e nella diversità delle nostre storie personali segnate dall’immigrazione, dal nomadismo, dall’incrocio di accenti e lingue diverse; il tutto declinato sul territorio condiviso della lingua italiana.

Jacqueline Spaccini (italo-francese):

Sono entrata da subito nella Compagnia, nel 2009, su invito della sua fondatrice, Mia Lecomte.

È stato ed è un onore grandissimo, non soltanto per quel che è del prestigio dell’idea in sé (un gruppo eterogeneo per voce e temi, unito dalla comune multiculturalità linguistica ed esperienziale), ma anche e soprattutto per la messa in pratica del partage, della condivisione.

La novità culturale del diverso e diversificato apporto linguistico è esaltata dal punto di vista strano, estraneo e straniero delle autrici. Eppure, la meraviglia è nella sintesi operata dalla lingua italiana, che riesce a metabolizzare ogni intenzione, pur libera di esprimersi nell’aere, e a farla propria, lasciando un sapore esotico nell’ascolto come e forse più che nella lettura. Giacché la Compagnia – quando va in scena – si esibisce sul palco seguendo un fil rouge tematico all’interno di un copione rigoroso, ogni volta diverso: le poete infatti non leggono né recitano i loro testi, bensì li interpretano su scena, modificandoli talvolta, coinvolgendosi le une con le altre, emozionando se stesse e il pubblico. Forza della natura femminile con spirito poetico.

Begonya Pozo (spagnola):

Il fatto di vivere la scrittura come processo creativo collettivo per me significa, soprattutto, non essere isolata come di solito mi capita quando scrivo in catalano. Sapere che la mia scrittura si innerva in un macrotesto, fa sì che anche la prospettiva di enunciazione sia diversa, perché ormai non è dall’”io” che parte. Questo atteggiamento, per me, modifica la nascita delle poesie e anche la loro finalità: appartengono a un livello collettivo dove, oltre la propria creatività, è fondamentale la visione/percezione multipla del fenomeno lirico. Nel mio caso, non abitando in Italia, a volte il fatto stesso della scrittura e la connessione con le mie compagne divengono complicate però, quando ci sono stata, ho vissuto un’esperienza umana che mi ha permesso di capire quanto sia importante il nostro lavoro: l’unione di tantissime voci soltanto può rendere visibile la potenza del nostro oggetto collettivo ed engagé. Il pubblico, come noi, era emozionatissimo e coinvolto dai testi (non sempre “facili”), quindi i nostri obiettivi sono stati raggiunti in un modo “creativo”, per cui, tutto il processo subitamente si giustifica da solo.

Eva Taylor (tedesca):

Scrivere per me è sempre stato in primo luogo come dare una risposta a qualcosa che mi ha colpito, che ho letto, che per qualche motivo richiede che io mi esprima. Credo che questo sia da collegare a una sensazione: quella di non avere una propria lingua, o meglio a una sottile, ma costante minaccia di perdere la lingua, Non solo ‘una’ lingua, come l’italiano o il tedesco o l’inglese, ma ‘la’ lingua, quasi in senso fisico; non è tanto la famosa paura della pagina bianca, quanto la sensazione di rimanere muta.
Essere “in compagnia”, e soprattutto nella Compagnia delle poete, è un formidabile antidoto, perché ascoltare le altre, le loro voci diverse in italiano dalle quali traspaiono altre lingue, mi mette in contatto anche con le mie lingue e infonde fiducia. Anzi, il fatto di imparare i miei testi a memoria, e sentire le altre recitare i loro con tutta un’altra espressività, dà corpo alle parole, le rende come più reali.

Probabilmente, in questo momento storico, questa dimensione di rendere la realtà tramite la poesia in forma vocale e corale è un dono culturale.

Barbara Pumhösel (austriaca):

Significa una connessione reale, non soltanto virtuale, su piani vari – interpersonale, letteraria e culturale – che coinvolge tutti i cinque sensi, e qualche volta, proprio grazie alla poesia, anche un sesto, incluse le percezioni  sensoriali nelle più diverse tonalità. Una casa di parole in comune, con molte finestre che si aprono nelle quattro direzioni cardinali.  Timbri diversi e accenti di paesi lontani che si avvicinano fino a diventare parte di un groviglio di voci interiori.   Fili narrativi di materie e colori diversi, che nodo dopo nodo, diventano un tessuto.  Fili che si possono inseguire anche all’indietro per scoprire verso quali storie, origini e bagagli ci conducono i versi delle altre.

 

Sarah Zuhra Lukanić (croata):

Direi che tutti e tre i punti di vista sono in perfetta armonia e si attraversano per stringere amicizie e legami: una complicità nell’oltrepassare il proprio verso ed unirsi al verso delle altre. Tutto avviene con i tempi di oggi: di sfuggita, per riunirsi e godere assieme delle parole e delle torte, che si preparano condividendo anche le ricette. Quindi una contaminazione che guarda a tutti i sensi. Personalmente, sono caratterialmente portata a unirmi a una squadra, a uno staff. Il coro poetico è un focolare famigliare. Allargato e scelto. Quindi naturalmente mi appartiene. La peculiarità è ammirare i versi delle altre e ricordarseli a memoria. Quasi che si avveri un accenno del Teatro ambientale di Jerzy Grotowski: sognando il teatro si uniscono atto e rito. La reificazione del teatro avviene attraverso la poetica della lingua italiana. Ornata da nuovi suoni, arricchita dal verso che trapassa quella “lanterna magica”, in questo caso l’attore è la poeta. Tramite l’oralità della poesia si ricerca anche la semiotica e la semiologia del verso che va interpretato. Ogni poeta lo fa in modo personale, è lasciata libera di sperimentare. Questo atto unisce spesso il pubblico, che si appassiona e riesce a intercettare la poetica anche attraverso il suono, il corpo, il timbro della voce. Ecco perché il racconto poetico, e la direzione del copione da parte di Mia, hanno sempre accostato anche il racconto musicale. Un copione poetico in mescolanza con la musica riesce a collegare tutte le sonorità. La sua forza è la potenza generatrice femminile. Con una guida ben precisa. Un’ape regina nell’alveare dove le api non sono “furibonde”, sono api operaie. La Compagnia rimane un laboratorio aperto di collettività sperimentando anche la metodologia del lavoro. La chiave è nella quotidianità che ci attraversa, il vissuto della migrazione che arricchisce gli orizzonti e suggerisce una soluzione per vedere il mondo tramite la poesia.

 

Melita Richter (croata):

L’unicità sta proprio nel fatto che le singolarità non si estinguono, rimangono a confronto, si ri-specchiano e riflettono una luce nuova. Andando incontro una all’altra/e si crea una newness poetico-culturale inaspettata, intessuta da fili di esperienze singolari di spessori diversi.

 

Le parole dette fin qui, in cui mi riconosco:

 

poesia transnazionale italofona: / in relazione “dinamica”  / parole in transito; / avventura felice / sopravvivenza della poesia / la Compagnia è la mia comunità d’elezione / le persone! / un’Italia larga di ricordi di altrove / scoprire / sconosciuto / dimensione pubblica / certo modo di scrittura / continuità / l’oralità è fondamentale / amicizia / legami / ricerca poetica che si mescola fortemente alla vita, agli sguardi, alle risate e agli abbracci / contaminarsi della poetica altrui / la parola detta: l’oralità, il suo ritmo, la sua voce, la sua limpidezza / mai solitario / in relazione / qualcosa di vivo, innovativo e incisivo / l’ascolto / qualità poetica alta / innovazione e collettività / riflessione poetica collettiva / partage, condivisione / la meraviglia è nella sintesi / un fil rouge tematico / coinvolgendosi le une con le altre / coinvolge  tutti i cinque sensi / percezioni  sensoriali nelle più diverse  tonalità / Una casa di parole in comune / Timbri diversi e accenti di paesi lontani / cori diversi / Fili che si possono inseguire anche all’indietro / i versi delle altre / amicizie e legami / oltrepassare il proprio verso / unirsi al verso delle altre  / contaminazione / ammirare i versi delle altre e ricordarseli a memoria / poetica della lingua italiana / il suono, il corpo, il timbro della voce / copione poetico in mescolanza con la musica / potenza generatrice femminile / un laboratorio.

 

Barbara Serdakowski (polacca):

Scrive Rilke:
“Credo che sia questo il compito maggiore di un legame fra due persone (e qui l’altro diventa la Compagnia): che ciascuno sia a guardia della solitudine dell’altro. Perché, se è nella natura dell’indifferenza e della folla non apprezzare la solitudine, l’amore e l’amicizia ci sono proprio allo scopo di offrire continuamente la possibilità di solitudine. E sono vere condivisioni soltanto quelle che interrompono periodicamente periodi di […] isolamento…”

Può sembrare paradossale parlare del rispetto della solitudine creativa all’interno di una compagnia, e quindi di una collettività, di un gruppo nutrito di persone, fatto di condivisioni, scambi e presentazioni pubbliche di gruppo. E invece no. Quello che è per me parte di questo legame speciale, e che resiste al tempo rinforzando i lacci che ci si sono creati, oltre al profondo rispetto non giudicante di tutte nei confronti di tutte, sono proprio queste condivisioni intense che interrompono felicemente e periodicamente periodi di creatività individuale. Durante gli incontri si parla di come migliorare e valorizzare il nostro stare in scena, così di come presentare la nostra produzione individuale. Anche i lavori tematici sono frutto di creatività in “isolamento”. Non è un laboratorio di scrittura. Ognuna porta la sua propria voce, il proprio lavoro che verrà orchestrato in un certo ordine, certo, ma senza giudizi, fidandoci l’una dell’altra, rispettando il lavoro dell’altra, apprezzandolo e scoprendolo con curiosità e accoglienza.

Sono di natura solitaria, mi isolo facilmente, ma la Compagnia continua ad offrirmi continue possibilità di solitudine e vere condivisioni.

 

Vera Lúcia de Oliveira (brasiliana):

Per me la Compagnia significa molto, da tutti i punti di vista. Sono entrata su invito di Mia Lecomte e all’inizio ero molto scettica perché non avevo mai fatto teatro e non mi piaceva l’idea di associare le poesie alla mia voce, alla mia fisicità.

Mia però mi ha invitato a seguire le prime prove di “Madrigne” e mi sono trovata coinvolta. All’improvviso ho percepito che si liberava da ognuna un’energia fortissima, nata dalle nostre fragilità e sensibilità, dal nostro vissuto. E ho imparato e imparo sempre tanto, perché i percorsi, per quanto distinti e talvolta lontani, anziché dividere, ci avvicinano straordinariamente. Le lingue s’incrociano e si fondono con l’italiano, dando origine a nuovi ritmi, a nuove forme di fare poesia. Il testo si muove, le parole diventano qualcosa di concreto che l’altra ti lancia, e tu ad esse ti aggrappi perché ti possono salvare dalla solitudine, dal senso di inappartenenza ed estraneità che caratterizza ogni artista e scrittore e, se donna, doppiamente. Mi piacciono le confidenze, l’ironia e l’umorismo con cui si superano le situazioni difficili, la complicità, le paure di ognuna e l’intelligenza, la forza, l’intensità, la profondità. Spesso, mentre siano in scena, mi emoziono nel più profondo e con una tale intensità che sono diventata compagnia-dipendente, nel senso che vorrei che ci fossero altri momenti di condivisione di tale esperienza. Sono grata a Mia per aver insistito e visto così bene dentro ognuna di noi qualcosa di cui forse (questo vale per me) non eravamo del tutto consapevoli.

 

 

Brenda Porster (statunitense):

Quando penso alla Compagnia, sono così tanti i pensieri che mi affollano la mente che mi rimane difficile trovare il capo per districarli. Ma indubbiamente il primo pensiero va alle compagne della Compagnia, ai tanti ricordi maturati delle nostre complicità creative, dietro e davanti alle quinte, complicità che ci ha permesso di allestire, in tempi brevissimi e in spazi teatrali inusuali, spettacoli di poesie/immagini/musiche dove dare voce corale alle nostre spiccate individualità. Ed è questa coralità di voci che più mi coinvolge, vedendo come ognuna di noi riesca a dare corpo a storie personali e culturali assai diverse tra loro, recitate in accenti diversi di questa lingua adottiva che ci accomuna, l’italiano.  Con loro, e grazie a loro, ho conosciuto narrazioni, fiabe, musiche, pervenute dal mondo intero per essere rese parola poetica personalissima. La coralità di voci poetiche mi ha permesso, poi, superando l’isolamento della pagina scritta, di capire più pienamente la mia stessa voce e di renderla più ricettiva ad altre tonalità e poetiche. La parola recitata sul palcoscenico, il suono della mia voce in armonia e in contrasto con quelle delle altre, la rispondenza del corpo alla parola pronunciata: tutto questo mi ha regalato una crescita come poeta e come persona non prima immaginabile. E per la quale ringrazio tutte le altre poete -amiche, una ad una.

 

Anna Belozorovitch (russa):

Dal punto di vista personale, far parte della Compagnia è decisamente un motivo di orgoglio. La ragione è già nella domanda stessa: si tratta di un progetto assolutamente unico, che possiede una propria essenza che non è “relativa”, non si forma per distinzione da altro, ha un’autonomia e una dignità che non dipende dal confronto. Per me in quanto persona che scrive poesie, farne parte fa sentire di avere una famiglia che – indipendentemente dalla frequenza dei nostri contatti, come capita con le vere famiglie – non cessa di essere tale.

Dal punto di vista letterario, si tratta di una condizione molto speciale di scambio e soprattutto di ascolto reciproco: non credo infatti di aver mai ascoltato testi altrui come in occasione dei nostri incontri, così come non credo che i miei siano mai stati ascoltati come accade quando li leggo in presenza delle poete. C’è una dimensione quasi mistica che è molto difficile da descrivere e che è quasi un sacrilegio nominare – per me – perché nasconde un rapporto con il testo e con la parola che è improbabile sperimentare in altre esperienze.

Infine, c’è anche la dimensione di incontro tra esseri umani dai percorsi diversissimi e al tempo stesso profondamente affini. Vi sono molte “culture” di provenienza, ma vi è anche una sorta di cultura comune che non accusa una diversa composizione del gruppo che di volta in volta si può presentare, che è liquida e accogliente, e che comunica la propria dimensione, i propri contorni, in ogni momento di condivisione, di conoscenza, di scoperta che si vive in compagnia le une delle altre.