Algoritmi indiani : storie di donne

di Maria Cristina Mauceri  ( Università di Sydney )

Laila Wadia è sicuramente una delle scrittrici più prolifiche e originali della letteratura translingue in italiano. Nata a Bombay, si è trasferita in Italia nel 1986 e vive e lavora a Trieste come docente di inglese e traduttrice. La sua scrittura è caratterizzata da una sottile ironia, “un’arma di istruzione di massa” come l’ha definita, e da un uso arguto degli stereotipi. Lo stile leggero dei suoi racconti e dei suoi romanzi non le impedisce di trattare temi seri perché è una scrittrice dotata di grande sensibilità con una intensa coscienza sociale che si nota nell’empatia che dimostra verso suoi personaggi, specialmente quelli femminili, come in quest’ ultimo romanzo, Algoritmi indiani (Vita Activa, 2017, 14 €), ambientato nell’India contemporanea.

Wadia si definisce una storyteller (narrastorie), e in questo libro si nota la sua capacità di dare voce a tanti personaggi femminili diversi che si raccontano, così facendo ci parlano dell’India, un paese che sta cambiando molto velocemente con una forte propensione a occidentalizzarsi, almeno in alcune classi sociali, con tutti gli effetti positivi e negativi di una trasformazione da cui però molti sono gli esclusi. Wadia ci fa conoscere un’India in cui la ricchezza esibita sfacciatamente da pochi contrasta con condizioni di estrema povertà di molti.

È molto interessante il doppio sguardo di Wadia, che ben conosco trovandomi a vivere in una situazione simile, mi riferisco alla percezione del proprio paese di chi vive all’estero ma vi ritorna regolarmente e nota i cambiamenti che stanno avvenendo e che probabilmente sfuggono a chi vi vive in modo stabile. Può apparire impietosa Laila quando descrive le conseguenze della veloce trasformazione dell’India con i suoi effetti sulla società e sul paesaggio non solo urbano, ma tale reazione nasce dal profondo amore per il suo paese, non va intesa, anche se lei se lo domanda, come il solito atteggiamento dell’espatriato che torna nel paese d’origine ed è deluso perché non lo ritrova come lo ricordava.

Algoritmi indiani è un romanzo corale, un genere in cui Wadia si era già cimentata con successo in Amiche per la pelle (2007) da cui quest’anno è stato liberamente tratto un film “Babylon Systers” di Gigi Roccati che è uscito a settembre.

In Algoritmi indiani non esiste un’unica protagonista, ma tante donne che parlano e si raccontano anche se la narrazione prende l’avvio dalle vicende personali di Rani, esempio della nuova giovane indiana in carriera, che lavora nel call center di una multinazionale americana delocalizzata a Mumbay. Rani, sempre in jeans e scarpe da ginnastica, una specie di divisa per i giovani, va al lavoro in moto, si nutre di fast food rifiutando il cibo che la madre, profondamente attaccata alla tradizione, le vorrebbe preparare quotidianamente. La velocità e il desiderio di cavalcare la tigre del progresso caratterizzano la vita di questa giovane, ma la sua corsa è destinata a finire quando la crisi economica colpisce la multinazionale e capisce che perderà il lavoro. Costretta a servirsi del trasporto pubblico a causa della pioggia, nello scompartimento di seconda classe riservato alle donne, in cui prende posto, entra in contatto con la realtà di alcune donne diverse per provenienza e classe sociale. Qui inizia il racconto corale, perché da questo incontro si dipanano le narrazioni delle protagoniste, ognuna delle quali racconta e condivide la sua storia.

Nel linguaggio metaforico di Wadia, che è la sua cifra stilistica, questi racconti sono “[… ]le gemme [che] venivano annodate l’una all’altra con fili di seta – storie individuali racchiuse in grigie conchiglie appuntite che alla fine, denudate, diventavano un unico racconto inscindibilmente prezioso”. (64) Queste storie ci offrono uno spaccato della vita femminile nell’India contemporanea: una giovane, pur avendo un lavoro, vi rinuncia e accetta la decisione dei genitori di darla in moglie a un uomo molto più vecchio di lei, una vedova ripudiata dalla famiglia del marito è costretta a vivere in una casa destinata a chi, perdendo il marito, ha perso ogni diritto, anche quello di prendersi cura dei figli; un’ intoccabile, ovvero una donna che appartiene alla casta indiana più umile, rifiuta di seguire il figlio in Italia e ha talmente interiorizzato la sua condizione che teme che persino la sua ombra possa sporcare. Ci sono anche figure ribelli, come la giovane di religione parsi che fugge di casa per poter studiare, la pescivendola che non esita a criticare il comportamento dei turisti occidentali in India e gli effetti negativi del turismo sulla vita degli indiani comuni; un’altra che, violentata dal figlio del padrone della casa in cui lavora, scappa, ed infine una ribelle che vuole vivere sola e indipendente non rinchiusa in un burka e assoggettata alle imposizioni familiari.

In questo romanzo, in cui si sente che l’argomento tocca una corda molto sensibile dell’autrice, non ritroviamo la vena umoristica che ha caratterizzato altre sue opere, con un’unica eccezione, nella figura stereotipica di una turista americana credulona. La donna è alla ricerca dell’India mistica e magica, per cui è subito pronta ad interpretare la caduta di una brocca sulla sua testa, non come un incidente, come è accaduto in realtà, ma un segno del destino e tratta con magnanimità la colpevole.

Con questi racconti Wadia smonta anche un certo immaginario sull’India, un paese spesso considerato spirituale e mite. In alcune storie rivela come gli interessi economici determino le scelte matrimoniali e denuncia la violenza fisica e anche morale a cui sono soggette molte donne di tutte le età, una violenza che è perpetrata anche da altre donne che fanno della tradizione lo strumento di quel poco potere che hanno. Wadia non esita a criticare certi atteggiamenti delle donne indiane, rivelando che non c’è sempre solidarietà, ma invece una propensione a stigmatizzare chi cerca di uscire dal gregge per fare scelte diverse da quelle imposte dalla tradizione.

In questo romanzo, diversamente dalle opere precedenti, Wadia inserisce sovente parole in hindi, una delle lingue ufficiali dell’India. La maggior parte delle parole in questa lingua si riferiscono a nomi di cibo, ma non sempre: si tratta di parole che sarebbero intraducibili in italiano, ma spesso l’autrice fa seguire alla parola per noi straniera la traduzione. Queste inserzioni esotiche non interferiscono affatto nella narrazione ma invece le danno colore e autenticità. Sappiamo che spesso gli editori tendono a ‘purificare’ i testi degli scrittori translingui e fa piacere notare che la casa editrice Vita Activa, che ha pubblicato il libro, sia aperta al bilinguismo. Non per niente ha sede a Trieste una città dove convivono culture e lingue diverse.

Desidero concludere ricordando che Algoritmi indiani è corredato da alcune splendide fotografie di donne indiane scattate da Tullio Valante, fotografo pluripremiato, che contribuiscono a fare di questo libro un autentico gioiello per la mente e una festa per gli occhi.

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