La Bellezza globalizzata

di Shata Diallo.

Entro in un’aula di danza dopo più di tredici anni di assenza, non più come allieva ma come co-conduttrice nella sperimentazione di un progetto sviluppato negli Stati Uniti, “Progetto Corpo”, che mira a prevenire disturbi dell’alimentazione ed a sensibilizzare all’ideale di magrezza.

Ricordo il body, le calze rosa, le punte (che erano un sogno sin dalla prima lezione), il tutù del saggio ed il sogno di indossarlo.

Parlando con le ragazze della scuola di danza mi rendo conto di quanto l’influsso culturale abbia una rilevanza enorme nell’ideale di perfezione corporea.

Una ricerca commissionata dalla catena di profumerie inglesi “Superdrug all’agenzia di ricerche di mercato mondiali “Fractl” ( https://onlinedoctor.superdrug.com/perceptions-of-perfection/ ) ha dimostrato che l’Italia si trova al secondo posto nell’ideale di magrezza estrema. 1,65 metri per 49 kg è la ‘Perception of perfection’ italiana.

È stato chiesto a diciotto graphic designer, quattordici donne e quattro uomini, di modificare un’immagine femminile rispetto all’idea di perfezione del proprio paese di appartenenza. L’Italia, appunto, è al secondo posto, preceduta solo dalla Cina con quarantasei kilogrammi. All’ultimo posto la Spagna, con sessantanove kilogrammi e quattro. Il sito ufficiale del Ministero della Salute indica un 1,65 metri per 49 kg come sottopeso. (http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?lingua=italiano&id=135&area=Vivi_sano).

Ricordo le mie compagne di danza, amiche, forti, una squadra. Quando sei piccola ed italiana, in linea di massima, la danza è il tuo più grande sogno. Gli abiti sponsorizzati dalle aziende sportive sono in tutti i negozi, in tv, in talent show come “Amici”: le tute attillate, gli scaldamuscoli, le felpe sono in regalo più gettonato per una piccola aspirante ballerina. Crescendo il corpo cambia, prende sembianze che sono così evidenti con quel body attillato che vorresti tagliarti tutto, guardando con fastidio quelle compagne che ancora non sono così cresciute come te. Durante i saggi sei tu, sul palco, con quel body e la speranza di raggiungere una perfezione ed un’uniformità che comunque vada non arriverà mai. Si, perché la perfezione, alla fine, è solo un’utopia.

Prima che la televisione venisse introdotta alle Fiji, non c’erano casi di disturbi dell’alimentazione. Nel 1995, durante l’introduzione delle televisioni inglesi e americane nell’isola, vennero seguite 65 giovani ragazze per tre anni allo scopo di valutare le differenze comportamentali prima e dopo l’inserimento della televisione. Il 12,7% delle ragazze sviluppò sintomi di disturbo dell’alimentazione gravi dopo un mese ed il 29,2% dopo tre anni.

Guardando queste giovani adolescenti con un corpo che cambia mi chiedo quali difficoltà affrontino nella loro realtà, quanto sia difficile crescere e cambiare.

Durante le attività, le ragazze nominano spesso social media come Facebook, Instagram, Snapchat per raccontarci dove, solitamente, si “confrontano” con i loro ideali di perfezione corporea. Mi fermo un attimo a riflettere e capisco che il confine culturale che poteva giustificare un tempo le differenze fisiche oggi non c’è più. Una cinese, una pakistana ed una spagnola possono accedere attraverso i social network alla vita di giovani con radici culturali assolutamente diverse dalla loro. Una cinese, una pakistana ed una spagnola non sognano più un ideale di perfezione culturalmente diverso, ma uno, lo stesso, quello che vedono su Instagram. L’ideale di perfezione, oggi, è globalizzato ed organizzato sotto una matrice occidentale ed italo-cinese.

Rintala e Mustajoki hanno riportato sul British Medical Journal che i manichini non hanno abbastanza grasso corporeo per avere le mestruazioni. Allo stesso modo i vestiti sui manichini sono conformati, perciò non avranno mai lo stesso aspetto su persone reali.

Sì, perché oltre i social media, la scia della globalizzazione ha portato con sé aziende multinazionali e grandi magazzini che standardizzano la “taglia ideale”. Le taglie partono dalla 34 fino ad arrivare alla 44, a volte 46. La forma dei pantaloni è standardizzata per una gamba 38, nello stesso grande magazzino, in tutto il mondo. I limiti delle differenze fisiche etniche sono quindi abbattuti: sia che tu sia cinese, brasiliana, senegalese i pantaloni ti staranno bene se entri massimo in una 40, non se rientri nella media della tua popolazione. Non importa quanto il tuo fondoschiena sia grande, quanto il tuo muscolo sia sviluppato, quanto il tuo seno sia prorompente: se vuoi essere come tutte le altre, devi diventare come tutte le altre. Non importa quali siano i tuoi abiti tradizionali o le tue possibilità economiche, per esplorare l’Occidente bastano un paio di Jeans in un grande magazzino.

Per una volta, questa volta, abbattere il muro delle differenze, forse, non è stata una conquista.

Scansioniamo il corpo confrontandolo mentalmente con le immagini sui social, ci facciamo fare foto dal basso per far sembrare le gambe più lunghe, cominciamo diete infinite con la speranza e la frustrazione di raggiungere un corpo che non ci rappresenta. Siamo una generazione mediatica a rischio, forse più a rischio dei nostri nonni e dei nostri genitori, siamo una generazione che rischia l’illusione di un’immagine corporea che supera i confini del benessere e dell’amore per se stesse.

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