Le Donne nella Trieste multietnica

di Melita Richter.

Se la fine di settembre era stata caratterizzata da eventi che mettevano in luce una Trieste colorata da presenze artistiche, musicali poetiche e gastronomiche che le diverse comunità etniche e culturali esprimono quotidianamente (all’occasione si sono esibiti al Teatro Silvio Pellico i gruppi artistici russi, ucraini, ganesi, brasiliani, serbi, albanesi del Kosovo, assieme agli artisti della minoranza friulana), il mese di ottobre ha inaugurato un momento di riflessione sul tema “Intercultura, una porta verso il futuro”, evento promosso e coordinato dall’ANOLF di Trieste in collaborazione con ANOLF italia – L’Associazione Nazionale Oltre Le Frontiere.

Scandagliano i temi di convivenza e condivisione in una società plurale, ma anche evidenziando gli ostacoli all’ integrazione armoniosa e gratificante (anche nei termini economici) di immigrati, il dibattito (svoltosi il g. 20 ottobre nel “Salotto Matteucci”, presso il Centro servizi volontariato del FVG), ha coinvolto le comunità di migranti di livello regionale e nazionale, i rappresentanti delle istituzioni regionali e comunali, docenti universitari, dirigenti scolastici, le ONG e le associazioni del terzo settore, l’Agenzia Italiana di Sviluppo e Cooperazione-AICS,  assieme ai rappresentanti del ministero dell’Interno, di OIL ed OIM.

Oltre a un puntuale inquadramento della situazione che riguarda le politiche migratorie nella Regione Friuli Venezia Giulia, il presidente dell’ ANOLF Trieste, Ahmed Faghi Elmi, ha aperto una riflessione sul recente dibattito ius soli che polarizza la società italiana e sulla persistente difficoltà di una parte della cittadinanza italiana a percepire gli immigrati come riceventi e portatori di diritti.

Un altro tema che ha contribuito all’ ampliamento dello sguardo sulla complessità della popolazione immigrata è stato dedicato alle donne immigrate.

La massiccia presenza di donne nel flusso migratorio che ormai con continuità influenza il quadro demografico nazionale è il risultato di cambiamenti su scala globale che incidono sulla struttura sociale ed economica sia del paese di emissione, che di quello ricevente.

Riporto  in seguito le brevi riflessioni dal mio contributo alla giornata triestina di studio sulle politiche migratorie e sul ruolo delle donne nel percorso di integrazione.

Spesso la mobilità delle donne immigrate viene considerata “secondaria”, legata a doppio filo alla famiglia. Secondo alcuni autori, la donna immigrata è subalterna nella formulazione delle decisioni di partenza o di ritorno, è marginale al mercato del lavoro ed è subordinata all’uomo o all’operatore sociale nel processo di integrazione. Ci troviamo di fronte al cosiddetto schema di Bӧhning secondo cui sono gli uomini i protagonisti del progetto migratorio nelle vesti di programmatori, attuatori effettivi, mente le donne entrerebbero in scena solo dopo, nello stato di maturazione dei flussi migratori, caratterizzato dai ricongiungimenti famigliari.[1]

Ritengo che una tale considerazione sulla presenza della donna immigrata poteva essere valida per il periodo degli anni ’60 (in Nord Europa) e degli anni ’80 (in Italia). L’attuale modello migratorio e la legge sul ricongiungimento familiare che consente a molte donne di espatriare, non soltanto lascia un ampio spazio alla donna nel prendere le redini del processo decisionale nel proprio paese d’origine, ma la mette al centro delle dinamiche di integrazione. Da quando le donne raggiungono i loro uomini, non di rado con i figli minori, le migrazioni da quelle sporadiche e strettamente funzionali (dove il migrante viene considerato in quanto forza lavoro), diventano stazionarie e stabili. Come tali, riportano tutta una serie di richieste, di bisogni e necessità che la vita quotidiana impone nella sua interezza. Quindi, l’immigrato non più soltanto forza lavoro, ma persona, persona integra, uomo o donna o bambino. E assieme a questi soggetti, cresce la complessità di domande che i nuclei familiari o non, richiedono alla società d’accoglienza.

Mi preme sottolineare che la presenza di donne immigrate in Italia, come del resto nel Sud-est europeo, non è soltanto legata al ricongiungimento familiare, ma è il risultato di decisioni autonome e di progetti individuali.

Una consapevole acquisizione di tali autonomie significa per molte donne superare, già nel paese d’origine, quella barriera che dall’esterno viene vista nella dicotomia tradizione – modernità (per modernità qui s’intende introduzione dei modelli di vita occidentalizzati, scolarizzazione di massa delle bambine, sviluppo dei servizi, mobilità, urbanizzazione…). Una volta arrivate nel paese d’accoglienza, il difficile cammino delle donne verso la modernità viene – non di rado –  annientato, sia dalle aspettative dei loro uomini che nella sposa, madre dei ‘propri’ figli cerca la conferma della continuità del codice patriarcale “trasferito all’estero”, sia dall’economia del mercato che offre alle donne tradizionali impieghi domestici ormai abbandonati dalla popolazione femminile.

Per supportarle in questo cammino, per rafforzare la soggettività femminile, ma anche per offrire alle migranti la necessaria formazione per la conquista della consapevolezza soggettiva in un contesto nuovo e sconosciuto, non potevano mancare gli esempi di buone pratiche. In particolare, sono stati valorizzati i progetti che la Casa internazionale delle donne di Trieste oramai da anni investe nel potenziamento delle competenze di cittadinanza attiva delle donne immigrate (progetti “COMCITA, “Io so fare”), cercando di oltrepassare la mera conoscenza linguistica (corsi di italiano) – sempre basilare e sempre indispensabile – ma allargarla alla conoscenza del linguaggio informatico utile per superare i test di lingua proposti on line, a sviluppare specifiche competenze per interloquire con le istituzioni territoriali di riferimento siano esse di ambito sociale, sanitario, lavorativo, educativo; a sviluppare conoscenza del territorio, la sua cultura e quella delle comunità che la popolano, favorendo contatti tra gruppi di diversa provenienza e una maggiore consapevolezza dell’identità plurale e multiculturale del tessuto urbano e della sua periferia.

L’inizio di ottobre a Trieste ha visto concludersi anche la X edizione del Forum Mondiale dei Giovani “Diritto di Dialogo”, ideato e promosso dalla prof. Gabriella Valera, che ha radunato in città una cinquantina di giovani provenienti da ogni angolo del globo, che, da differenti prospettive, si sono confrontati sul tema di grande attualità, appunto, sulle condizioni dialogiche, troppo spesso assenti non soltanto nelle parti distanti dall’Occidente, ma nello stesso cuore dell’ Europa.

[1]  Ariella Verrocchio e Paola Tessitori, Il lavoro femminile tra vecchie e nuove migrazioni. Il caso di Friuli Venezia Giulia,  Ediesse, Roma,  2009 p. 62

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*