Essere europei è come rompere la crème brulè

di Shata Diallo.

Le differenze culturali sono riflessioni all’ordine del giorno. Alla base di queste riflessioni, però, si sviluppa l’idea che per inter-cultura si intenda una differenza così vasta da creare delle divergenze invalicabili.

A chi non è mai capitato di andare a casa di un amico e scoprire che ci sono abitudini relazionali, sociali o culinarie diverse? Oppure, in quanti casi abbiamo percepito imbarazzo nei confronti di un abbraccio troppo stretto o al contrario di una distanza troppo grande ? Quante volte nella nostra vita ci siamo accorti che la persona che avevamo di fronte aveva un modo completamente diverso di concepire la realtà? Quanta rabbia, quando, condividendo una nostra tristezza, questa non viene compresa dagli altri? E quante volte, davanti a queste dinamiche, ci siamo sentiti a disagio?

Quel forte disagio si chiama differenza interculturale.

Il vero punto di rottura sociale, infatti, non ha a che fare con coloro che, così lontani, vediamo come diversi, ma nei confronti di tutte quelle persone che abbiamo vicino a noi e con le quali abbiamo difficoltà a stabilire un confine culturale. Ognuno di noi appartiene ad una realtà personale, costruita grazie alla propria storia familiare, alla cultura di appartenenza, al contesto in cui si è cresciuti ed alla propria personalità. Qualsiasi di queste interazioni sociali crea in noi una piccola frattura, un senso di impotenza o di incomprensione, questa piccola frattura si chiama shock culturale.

Shock culturale, si, sembra una sentenza, forte e minacciosa.

Basterebbe immaginare tutte quelle volte in cui abbiamo sentito il desiderio di chiedere al capo un aumento che, con timore, abbiamo chiesto. Basterebbe pensare a quando, dopo averci provato ed aver sperimentato un po’ di imbarazzo, siamo usciti dal suo ufficio con il senso di soddisfazione di esserci fatti valere. O più semplicemente come quando ordiniamo una Creme brulè, e proviamo quel senso di fastidio nel rompere quella crosticina così perfetta. Basterebbe immaginare l’esatto momento in cui quella crosticina, che sembra indistruttibile, viene affondata dal cucchiaino ed al piacere che ne segue. Ecco, affrontare lo shock culturale, è proprio come rompere la crosticina della Creme brulè.

Tutte le volte che superiamo un ostacolo che ci procura un’ansia che sfocia poi in soddisfazione, superiamo uno shock, e vale lo stesso quando questo è interculturale. È di fatto provato che alla fine di uno shock culturale si è più inclini a rispettare l’altro e ad esprimere i propri pareri in base ad opinioni fondate e non più sulla base di pregiudizi.

Le sfide interculturali, noi, cittadini del mondo, le affrontiamo e risolviamo ogni giorno.

Dopo anni di lavoro con progetti europei, e dopo aver conosciuto un numero indefinito di giovani provenienti dai confini del nostro continente, mi sono accorta come, prima di promuovere un senso di interculturalità verso gli “extra-comunitari” (badate al termine, si intendono “coloro che vivono fuori dalla Comunità Europea”), sia necessario un livello di vicinanza con i più vicini. Siamo in grado ogni giorno di abbattere i muri della diversità con i nostri amici, perché non farlo anche con coloro che, appena più lontani, vivono una realtà simile alla nostra ? La difficoltà deriva senza dubbio da quel senso di imbarazzo e di disagio caratteristico di tutti noi essere umani, come soggetti colmi di pregiudizi dalla testa ai piedi.

E per quale motivo, oggi, può essere utile una reazione costante allo shock culturale?

Promuovere un senso di accettazione delle differenze vicine è il primo passo per gustare una Creme brulè, per gustare il piacere di condividere, con un’altra parte di sé, qualcosa di diverso, di buono, di accattivante.

Quando parlo di differenze vicine mi riferisco in primis all’Unione Europea.

Quanto ci sentiamo italiani? E quanto, invece, ci sentiamo europei ? Infatti, nella prospettiva di Tajfel (noto psicologo sociale), i cittadini dell’UE costituiscono un gruppo/categoria sociale a tutti gli effetti e l’UE stessa può essere considerata un’entità target di identificazione da parte delle persone. Gli individui possono attribuire significati molto diversi alla medesima categoria sociale di appartenenza ed allo stesso tempo possono appartenere a diverse categorie, senza che l’una escluda l’altra. In relazione alla differenza verificatasi rispetto al senso di cittadinanza Europea ed il minore sviluppo di pregiudizio in termini interculturali, un esperimento effettuato da La Barbera e Cariota Ferrara nel 2012 fornisce risposte significative.

A centosedici studenti è stato comunicato che a ciascun partecipante italiano era stato abbinato uno studente universitario di un altro paese europeo. Ciascuno studente veniva dotato di dieci monete; le coppie di studenti (uno italiano ed uno estero) potevano mettere in comune da zero a dieci monete con la consapevolezza che una volta unite a quelle dello studente estero queste sarebbero state moltiplicate per 1.5 ed in seguito riassegnate in modo equo. Gli studenti fino alla fine dell’iniziativa non potevano sapere quanto avrebbe messo a disposizione il proprio affiliato dell’altro Paese. Il risultato ha dimostrato che le persone con un maggior grado di identificazione con l’UE tendono ad essere più cooperative con il loro partner europeo.

Ciò conferma ancora una volta che un più alto grado di unificazione interculturale consente un maggiore rendimento in ambito professionale ed un maggiore benessere personale.

Insomma, sembra così semplice, ma sentirsi diverso ha lo stesso sapore della Creme brulè.

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