Integrazioni asimmetriche

di Paola Ellero  ( Padova ). 

Prima Storia

All’Istituto Scalcerle  di Padova gli insegnanti segnalano al Preside che una studentessa , che per età – ha meno di 16 anni- è in obbligo scolastico, ha collezionato troppe assenze nel primo quadrimestre.

Il Preside, Giancarlo Pretto, si mette in contatto con la famiglia; una famiglia mussulmana  piuttosto tradizionalista e scopre che la ragazza si rifiuta di portare il velo islamico a scuola, perché si vergogna: in classe sua non lo porta nessuna. Forse si sente diversa.; forse ha paura di essere presa in giro, o semplicemente vuole seguire anche lei la moda, come fanno le sue compagne di classe.  I genitori invece le impongono l’uso del velo, così che, dopo l’ennesimo litigio, arriva la decisione definitiva: “Senza velo non esci di casa e non vai nemmeno a scuola”.

Il Preside parla con i genitori, spiegando loro che non potevano tenere la figlia a casa e poi avvisa i servizi sociali del Comune, che hanno avviato l’iter che si utilizza in casi simili. Dopo una serie di incontri, di tentativi di dialogo e insistenze, la studentessa è tornata a scuola. Se con o senza velo non è volutamente chiaro. O meglio nessuno all’interno dell’istituto vuole riaprire il capitolo e così non dà peso al fatto che la giovane abbia o meno il velo.

Questo il caso più eclatante avvenuto di recente allo Scalcerle su cui è dovuto intervenire il preside, ma di simili ne sono accaduti, in realtà, anche altri. Il problema, infatti, non è velo o non velo in classe.  Il preside sottolinea come non sia la prima volta che studenti di culture diverse dalla nostra vengano spinti dai genitori ad adottare particolari comportamenti, soprattutto nell’ambito dell’abbigliamento: «Sono quasi dei casi di “bullismo al rovescio”, dove sono i genitori ad esercitare pressioni o a obbligare a fare ciò che non vogliono i propri figli».

Seconda Storia

Gnarega Dembele, meglio conosciuto come Vie, maliano di 29 anni, con permesso di soggiorno,  presta servizio come mediatore in un alloggio per richiedenti asilo, gestito dalla cooperativa sociale Gruppo R di Padova.   Vie è stato scelto come mediatore perché parla quattro lingue, tra cui l’italiano.

Ma a chi forse parla con un accento particolare può succedere questo: Vie chiama il 118 alle tre di notte per segnalare che un profugo sta male, ma l’operatore non gli crede e gli risponde che «le ambulanze sono in vacanza» con tono canzonatorio.

Solo la chiamata di un secondo operatore, italiano,  ha convinto il centralinista a mandare un’ambulanza. E Vie ha deciso di denunciare  quello che definisce un episodio di razzismo sanitario: “Non mi hanno preso in considerazione, per questo ho deciso di non perdere tempo e di chiamare l’operatore della cooperativa. Non mi sono neanche arrabbiato, anche se ci sono rimasto male perché si trattava di un’emergenza”.

Vie è arrivato in Italia nel 2011 a bordo di un barcone, ha vissuto per due anni nell’ex  casa occupata Don Gallo a Padova e ha partecipato a un tirocinio con la cooperativa sociale Caresà di Piove di Sacco, che sta valutando di assumerlo con un contratto di apprendistato.  Ma per lui, come per altri come lui, è persino difficile poter svolgere  il proprio lavoro!

 

 

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