Firenze bianca e gli Uomini neri

di Daniela Cavini  ( Firenze )

FIRENZE 10 marzo 2018 – Sul ponte, là dove è caduto, una scritta: “Buonanotte fratello”.  Tutto intorno, un carnevale di colori e cartelli: “Restiamo umani”.  “Siamo tutti stranieri per qualcuno”.  E’ il 10 marzo e non è solo la Comunità Senegalese a stringersi intorno al nome dell’uomo assassinato, Idy Diene. Ci sono anche molti fiorentini, scesi in piazza a migliaia. Un gesto simbolico, la voglia di esserci. Di consegnare al mondo un’altra immagine della città. Di sfilare insieme per ripetere NO alla violenza dell’uomo (bianco) sull’uomo (nero).  No alla paura del diverso.

Vendeva le piccole cose di ogni giorno, Idy Diene, 53 anni, appoggiato agli angoli della nostra fretta, davanti a bar e supermercati, lungo le strade dell’Oltrarno. Una vita da ambulante, fatta di fatica, pioggia e fiducia coltivata lentamente, in una terra che non ti abbraccia mai, e in cui tuttavia puoi radicarti. Lo conoscevano in molti, Idy, anche fra i commercianti fiorentini. Viveva in Italia da circa 20 anni, con regolare permesso di soggiorno.  Decano della comunità, lo chiamavano “Il saggio”, forse per quell’aria mansueta, la cauta cortesia di chi deve infiltrarsi fra le briciole delle vite altrui per sopravvivere.  Ogni giorno arrivava in treno da Pontedera, dove tornava la sera. Ogni giorno si aggirava fra le pietre cittadine con la sua scatola di ombrelli e fazzoletti, appeso alla buona volontà dei passanti. Ogni giorno fino al 4 marzo, quando il suo cammino sul ponte Vespucci s’incrocia con l’insana rabbia di Roberto Pirrone, 65enne appeso ad una pistola, in cerca di un miserevole motivo per sfuggire alla frustrazione della vita. “Non ho trovato il coraggio di suicidarmi”, dirà. Così lascia passare una mamma con bimbo, un uomo (bianco) con un trolley. Poi scarica sei colpi su un altro uomo (nero). Da quel ponte, Idy non si alza più.

 

Ed è proprio lì che si dirige il lungo serpente della folla fiorentina: sul ponte Vespucci. Forse non ci credevano neppure, a quest’appello lanciato dalla Comunità Senegalese. Forse sono venuti solo per dare un’occhiata, vedere chi c’era. E poi si ritrovano a marciare. E sono tanti. Procedono a gruppi, a coppie, diventano fiume raccolto fra gli argini di pietre millenarie, custodi di una civiltà orgogliosa che oggi si scopre fragile. Incerta. Sono famiglie con bambini, nonni che si tengono per mano. I negozi sono rimasti aperti, le auto parcheggiate sul percorso del corteo. La sicurezza è affidata a forze che restano defilate, in disparte. Sfilano, uomini (bianchi) accanto a uomini (neri). Raccontano – i loro cartelli – che siamo migranti da sempre, che ci siamo mescolati fin dall’inizio, uscendo dall’Africa per occupare il mondo. Parlano della miscela di popoli di cui siamo indegni eredi, radiografata dal nostro DNA. Gridano che siamo un paese figlio di migranti: 24 milioni in cento anni gli italiani partiti dopo aver buttato la vita in una valigia, e più tornati. Diretti ‘altrove’, in un tempo in cui migrare era ancora un atto di coraggio. Un valore. Prima che il nostro presente lo trasformasse in una minaccia. Urlano – i loro megafoni – della fatica di chi attraversa mari, scardina frontiere rischiando tutto per venire a costruire le nostre case, pulire i nostri vecchi, pagare le nostre pensioni.

Il corteo si muove lento, nessuna traccia della rabbia che ha divelto qualche fioriera cittadina il giorno dopo l’omicidio. Perché – per un’incredibile coincidenza – Diene era cugino e veniva dallo stesso villaggio di Samb Modou, ucciso nel 2011 insieme a Diop Mor dall’estremista di destra, Gianluca Casseri.

Tre uomini (neri) ammazzati per le vie di Firenze in pochi anni; tre uomini abbattuti così, a colpi di pistola. Forse qualcosa di più di una coincidenza? Ma quel fiume di gente in marcia, pieno di bigliettini, e striscioni, e lenzuoli scritti a mano, (si) chiede di non avere paura: lo dice a chi si sente discriminato, perseguitato. Ed ha la pelle nera. Lo dice a chi si sente invaso, minacciato. Ed ha la pelle bianca. Colori che misurano la nostra distanza dal sole: il nero protegge, il bianco lascia filtrare. Tutto qui. Ricorda, quel fiume, che così procede la Storia, che l’Umanità si muove, scardina consuetudini, intreccia destini. Costruisce quella differenza da sempre miccia di creatività, motore di sviluppo.  E che mentre i nostri figli partono – oltre centomila ogni anno – altrettanti ne arrivano, e (spesso) per le stesse ragioni: sfuggire all’inevitabile, darsi una possibilità.

Anche Diene cercava qualcosa di meglio di un agonizzante villaggio africano. E’ rimasto sul ponte Vespucci, accanto agli ombrelli, ai fazzolettini. Aveva un nome e una storia, Idy Diene, ed oggi per lui il Sindaco di Firenze Dario Nardella si decide (finalmente) a proclamare una giornata di lutto cittadino. “Buonanotte, fratello”.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*