Duemila chilometri dalla libertà

di Maria Cristina Mauceri (Università di Sydney).

Nel numero di marzo di “Mondita” mi aveva colpito la poesia “Mutazione” di Cristina Zavloschi, poetessa e scrittrice di origine rumena che vive da più di vent’anni in Italia. È presidentessa dell’associazione interculturale L’Albero dei desideri e nel 2013 ha fondato sempre a Padova Il Caffè Letterario Multiculturale di cui ci parlerà nell’intervista alla fine di questo articolo. Conduce laboratori di scrittura creativa e insegna biodanza, un sistema, ideato dallo psicologo cileno Ronaldo Toro e diffuso in tutto il mondo, che favorisce lo sviluppo armonioso delle potenzialità umane con esercizi di musica-emozione-movimento. L’esordio letterario di Cristina Zavloschi risale al 2013 quando ha pubblicato la sua autobiografia: Duemila chilometri dalla libertà, Castelfranco Veneto (TV), Panda Edizioni.

Come osserva Valeria Nicu nel suo interessante saggio “Il simbolo come terapia: scrittura e autobiografia nella letteratura della migrazione italofona”, le autobiografie e le memorie tendono ingiustamente ad essere considerate una forma narrativa minore rispetto alle opere di finzione.[1] Ciononostante il genere autobiografico che aveva caratterizzato l’esordio di quella che un tempo si chiamava “letteratura della migrazione” è ancora assai diffuso tra gli autori e le autrici transculturali. Evidentemente questo genere corrisponde al bisogno di raccontarsi e ricostruire la propria vita pre- e post- emigrazione, un modo per rielaborare il trauma dell’abbandono del proprio paese e costruirsi una nuova identità in quello in cui si è scelto o il destino ha portato a vivere. La grande diffusione di opere autobiografiche tra gli autori e le autrici transculturali dimostra la centralità che assume nelle scritture migranti il problema della narrazione di sé [2] e, a mio avviso, è un genere che merita la nostra attenzione.

Duemila chilometri dalla libertà è una “storia di vita”, ma non ha solo una valenza personale perché le difficoltà che Cristina Zavloschi ha incontrato nell’inserimento nella società italiana sono comuni a molte altre donne migranti. Come osserva l’autrice:

Questo libro è nato dall’esigenza di fare il punto, per quanto possibile, sugli itinerari non facili che ho percorso; e dal desiderio di comunicare con il mondo su problemi che – ne sono certa – vivono tante altre donne, indipendentemente dalla nazionalità.

I recit de vie dei migranti rivelano a noi lettori italiani il grande coraggio e la tenacia di cui è animato chi decide di espatriare con un bagaglio di sogni e speranze e poi deve invece affrontare pregiudizi, soprusi e difficoltà. In questo senso il libro di Cristina è anche uno specchio di come alcuni nostri connazionali – e purtroppo sono ancora tanti –  percepiscano gli stranieri e si comportino nei loro confronti. Nulla di nuovo, certo, ma ciò che colpisce è la grande resilienza dell’autrice che, malgrado le sconfitte, lo sfruttamento nei vari lavori che ha intrapreso e anche i problemi di salute, è riuscita a mantenere la sua dignità e sempre a risorgere come un’araba fenice.

Cristina non esita a denunciare i comportamenti razzisti e sessisti degli italiani verso le migranti e a criticare la società italiana, dove prevalgono egoismo, superficialità e viene data un’eccessiva importanza alle apparenze:

Fin dal principio non mi è piaciuta Padova: era troppo ricca e piatta, non ci trovavo fervori intellettuali, ma tante belle macchine, palazzi sontuosi e un certo “vuoto”, come se tutto quel benessere materiale impedisse una profondità di idee, sensazioni, azioni, come se restare in superficie proteggesse in qualche modo da qualcosa. (41)

Al di là delle critiche, l’autrice rivela però un profondo amore per l’Italia dove ha anche incontrato persone che hanno saputo comprenderla e aiutarla. È una donna colta che ama l’arte, perché come ci racconta in Romania la cultura era un modo per evadere almeno mentalmente dalla dittatura:

L’unica cosa che potevamo scegliere, io e i miei amici, era interessarci all’arte. Musica, pittura, danza, letteratura rappresentavano il nostro scudo contro la violenza del regime comunista, amare e creare la bellezza ci faceva sentire esseri umani e non numeri in fila da mettere in mostra alle “celebrazioni di piazza del partito”. (38)

I venti capitoli che compongono il libro, che come ci spiegherà Cristina non ha una struttura omogenea, sono intitolati “lezioni di viaggio”. Il viaggio va inteso in senso reale perché la vita dell’autrice è caratterizzata da diversi spostamenti da quando a ventitré anni ha lasciato la Romania, ha soggiornato a Padova, a Roma, ad Arco (Trento) e a Exeter (Inghilterra) e viaggiato in India. Il tema del viaggio ha anche un significato metaforico, si tratta di un viaggio di formazione che l’ha portata a un incontro/scontro con una società diversa, ma è anche un viaggio interiore che l’ha aiutata ad acquistare una nuova consapevolezza di sé e a riscattarsi da un passato doloroso prima in Romania e poi in Italia. Narrarsi è diventato perciò un viaggio liberatorio e alla fine Cristina può sentirsi finalmente guarita dal trauma di aver avuto una madre che non l’amava e un padre violento, e dalle difficili esperienze della migrazione. Come dichiara Duccio Demetrio già nel titolo del suo studio L’autobiografia come cura di sé (1996), il raccontarsi ha una funzione terapeutica. Si avverte che la scrittura è stata per Cristina una scrittoterapia[3] che le ha permesso di riconciliarsi con il suo passato, e a questo proposito è molto bella la citazione di Carl Gustav Jung messa in esergo al titolo “Io non sono cosa mi è accaduto, sono cosa scelgo di diventare”, una frase che rivela come sia diventata consapevole che è lei l’artefice del suo futuro, senza farsi più condizionare dal passato.

Desidero concludere questo articolo con alcune domande che ho fatto a Cristina perché mi piace far sentire la voce delle scrittrici, dialogando con loro.

MCrM: Quando e perché ha sentito il bisogno di raccontarsi e scrivere la sua autobiografia?

CZ: Inizialmente ho pensato di scrivere la mia autobiografia per raccontare le mie esperienze mistiche vissute negli stage di biodanza (tra il 2001 e il 2003), solo successivamente ho pensato di aggiungere altri ricordi legati alla mia famiglia, alla vita in Romania, e la mia esperienza di immigrazione in Italia (tra il 2009 e il 2012). Anche per questo il libro è scritto in periodi diversi. Sentivo il bisogno di raccontare delle mie esperienze singolari nelle quali ho percepito la totale Unità tra me e l’Universo, senza più avvertire nessuna separazione, un’esperienza fatta mentre danzavo e che mi dava una lettura del tutto nuova dell’esistenza.

MCrM: Scrivere un’autobiografia è darsi pace, anche se si affrontano l’inquietudine e il dolore del ricordo, è d’accordo con questa affermazione?

CZ: Ho voluto scrivere la mia autobiografia per “espellere” da dentro di me tante esperienze dolorose e sì, per darmi pace. Ed anche perché ho imparato molto da ciò che ho scritto, l’esperienza delle parole su carta, lì, visibili, ha fatto sì che mettessi in luce ciò che stava in ombra e ingombrava. Quando ho finito il libro ho avuto la sensazione di avere partorito tre gemelli, tanto era stato intenso.

MCrM: Il Caffè Letterario Multiculturale è una sua creazione. Come le è nata l’idea e chi sono le persone del pubblico che partecipano agli incontri?

CZ: L’idea mi è nata nel 2014 quando la guida del Comune di Padova l’aveva presa un sindaco leghista, molto razzista. Ho unito in me due cose importanti, la mia esperienza come mediatrice culturale nelle scuole e l’avere frequentato nei miei anni di formazione in Romania (tra i 16 e i 23 anni) un prestigioso Cenacolo letterario di nome “Junimea” (la Gioventù). Volevo creare un ponte tra scrittori italiani e scrittori migranti e un pubblico interessato alle tematiche che noi proponevamo: il viaggio e la migrazione, le varie religioni, la letteratura di genere e l’autobiografia, in poesia, prosa e saggistica. Presentiamo libri nelle osterie, nelle librerie, nei bar, in sale prestigiose della città di Padova, praticamente è un Caffè letterario itinerante in città, con l’obiettivo di abbattere stereotipi e pregiudizi nei confronti della popolazione straniera che vive in città (33.000 persone) e far conoscere la ricchezza delle culture altre, oltre dare la possibilità agli stranieri di conoscere la letteratura italiana. Abbiamo un pubblico intellettuale, di varie nazionalità, che apprezza le nostre proposte di altissimo livello (abbiamo anche una proficua collaborazione con l’Università di Padova).

MCrM: Il Caffè Letterario (molto bello questo nome che ci rimanda alla tradizione europea iniziata nel Settecento dei Caffè Letterari) aiuta ad aprire una città piuttosto chiusa come Padova al fenomeno della migrazione e a vedere i migranti come intellettuali, scrittori?

CZ: Credo che in questi quattro anni la cittadinanza ha avuto modo di conoscere moltissimi scrittori migranti, e di questo ne vado fiera, e ha avuto modo di meravigliarsi dell’originalità, della bravura di questi intellettuali, a tal punto da non considerarli più come degli intrusi nel nostro Paese, ma dei personaggi di spicco dai quali apprendere l’arte di stare in due mondi, cavalcandoli con maestria entrambi.

Visto che ho scoperto Cristina Zavloschi attraverso una poesia mi fa piacere concludere l’articolo con un’altra sua poesia che mi ha inviato da poco:

Poesia dedicata a Paolo

Ti sei intrufolato nella mia pelle

Per rubare ritmi di vita impregnati di avocado e prugne e foglie di vite

Ingordo ad assaporarmi senza pudore.

Truffaldino nel tuo amore

Abbracci il mio corpo che s’incendia di grazia per te,

Uomo cannibale di emozioni sacre.

Non so dirti di che profumo sei

Né di quale padre sei,

So solo che mi piace quando sei ladro con me

E vieni a rubare i miei seni

E i miei baci te li tieni tutti per te.

 

[1] “Il simbolo come terapia: scrittura e autobiografia nella letteratura della migrazione italofona”, in “El-Ghibli. Rivista di letteratura della migrazione”, n. 43, marzo 2014.

[2] Chiara Mengozzi, Narrazioni contese. Vent’anni di scritture italiane della migrazione, Roma, Carrocci, 2013, p. 129.

[3]   Scrittoterapia (scriptotherapy) è il termine coniato da Suzette Henke per definire un tipo di scrittura che consiste nella messa in scena terapeutica per rivivere/sopravvivere una esperienza traumatica. Suzette Henke, Shattered Subjects: Trauma and Testimony in Womens’ Life Writing, New York, St. Martin’s Press, 1998, p. XII.

 

3 Comments

  1. Cristina, la conosco. Per realizzare il caffè letterario ha sfidato la burocrazia, ha superato gli ostacoli economici, ha abbattuto le barriere delle classi sociali, perchè come dice lei, esso si realizza nei posti più vari, dalle librerie, alle osterie, alle sale universitarie…e vi partecipa un pubblico eterogeneo, di diversa origine, classe sociale, età : dai docenti universitari agli studenti, dai semplici lettori agli appassionati di letteratura…
    Cristina scrive, e scrive con il cuore, con la passione, e trasmette qualcosa anche a chi non sa ascoltare . Ha un grande carisma ed è quasi magia la sua. Un grande spirito!

  2. Una bellissima intervista e un profondo articolo su Cristina. Sono onorato di essere quel Paolo a cui è dedicata la poesia finale. Spero che presto vengano pubblicate in libro anche le altre poesie di Cristina e gli altri suoi scritti.

  3. Cristina è una persona piena d’ispirazione e di vitalità che ti contagia con la sua caparbietà e con il suo sorriso, e perché no anche con la sua storia comune e allo stesso tempo personale. La storia commovente e rocambolesca descritta nel suo libro “Duemilla chilometri dalla libertà” ti affascina sin dalle prime pagine e ti porta insieme alla protagonista per le strade della vita, facendoti partecipe insieme alla sua lotta interiore, agli ostacoli, ma anche ai successi.

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