Bolzano-Durazzo andata e ritorno

di Gentiana Minga. *  ( Bolzano – aprile 2018)

Durazzo , Durrës, per numero d’abitanti ( circa 200mila ) è la seconda città dell’Albania e il porto principale del paese . Si sviluppa su un promontorio affacciato sull’Adriatico ed è situata a circa 40 km dalla capitale Tirana. E’ tra le più antiche città dell’Albania : le sue origini risalgono al VII secolo a.C., quando venne fondata dai coloni greci con il nome di Epidamno . Successivamente nei secoli è stato un importante insediamento romano, bizantino, bulgaro, veneziano e ottomano.

L’anno scorso, una mia cara amica, l’attrice Mara da Roit, mi aveva telefonato per farmi sapere che dopo pochi mesi sarebbe andata a visitare  l’Albania. É stato tre o quattro mesi prima del mio rientro estivo a Durazzo. Successivamente mi aveva chiesto delle informazioni: località tipiche, luoghi storici e trattorie particolari. Le classiche domande a cui reagisco fissando il mittente un paio di secondi stordita, oppure muta con la bocca semiaperta. Sono  inadeguata a mettermi nei panni di una guida turistica benché umile.  Quel giorno ho tolto il cellulare dall’orecchio  e  ho fissato il soffitto.  Poi l’ho riafferrato  e subito le ho suggerito di dormire almeno una notte a Durazzo.  Per quanto riguardava i posti da vedere, sicuramente le avrei consigliato quelli in cui ho trascorso la mia infanzia  impasticciata di fango e di fili d’erba in cerca di avventure alla Julius Verne con il cuore a pezzi per la cattiva  sorte del  ragazzo Copperfield.

Il campo sterrato  dietro il nostro palazzo dove tentavamo di gorgheggiare con  parole nostre la Campanera : Por qué ha pintao sus ojeras/ la flor de lirio real. Il nostro caro compagno Joselito.   La villa color rosa del Re sulla collina dei pini, la gelateria remota  dei fratelli Bllaca  impero delle “kasate” squisite, le rovine romane e i sotterranei dell’anfiteatro  in cui trastullandoci tra i nascondigli temevamo gli spiriti dei avi.  Senza escludere poi  i forni comuni del quartiere, la fila lunga di domenica mattina di donne con grembiuli e uomini sudati con delle teglie larghe in  mano,  ora con pollo e patate, ora con pezzi di merluzzo e quant’altro.  I vicoli selciati da cui attraversando in ciabatte la Piazza Liria in pochi minuti raggiungevamo la spiaggia, oppure appena fuori città, varcando i binari della ferrovia sulle alture di alghe nei costume da bagno tanto improvvisati quanto indecenti.  Posti se non del tutto spariti, nella maggior parte dei casi abbandonati.

In quegli anni Durazzo era questo.

Andare poi di sabato pomeriggio a passeggio con i genitori  verso la Trattoria Volga, sulla riva del mare, una specie di isola fiorita  socchiusa tra palme e canneti al riparo dai palazzi ricoperto di muschio  dei pescatori. Oltrepassando il recinto di oleandri ci si trovava inabissati in un baccano di colori roventi e movimenti convulsi, tutto pareva che si spostasse da sinistra a destra, su e giù, come in una minestra di verdure in una pentola gigante. Le palme nane e robuste con foglie lunghe e larghe, i piccoli tavoli quadrati con attorno delle sedie di legno andanti, le labbra della tizia e il naso del tizio,  gli odori delle patatine fritte in padella, delle bistecche al sangue, delle polpettine di vitello e delle triglie croccanti. All’angolo in fondo a sinistra si mettevano i ragazzi dell’orchestra. Suonavano fino a tardi e tra loro c’era chi portava baffi lunghi fino alle orecchie, chi delle camicie strette con disegni a fiori larghi e colorati. In centro, sulla gramigna calpestata, ballavano delle coppie, e invece noi andavamo in cerca di lucciole portate dall’aria marina. A volte si spostavano tutte assieme, plasmando sui canneti un fumo fatato di puntini di luce.

Tutto questo fino agli anni Ottanta.

Poi, qualcuno ha deciso di imporre le sue impronte abbattendo tutto e cementificando  un bel pezzo della costa. Laddove giaceva la vecchia trattoria,  oggi  sorge una piramide  più larga che alta con in cima la statua nera di un uomo armato. Il Milite Ignoto. Tiene il fucile con le braccia alzate e piegato lievemente in avanti mira con la canna verso un punto impreciso tra l’orizzonte e  il mare.

A Mara non ho fatto per nulla cenno di tutto ciò. Al suo ritorno mi aveva inviato delle foto.  Una la ritraeva mezza seduta sulla muraglia che costeggiava il mare pochi  metri più in là del molo, appena di fronte a casa mia. Dietro  si distendeva il blu profondo dell’Adriatico e una larga macchia rosea solare che man mano s’inzuppava nella notte che si approssima. “Qui la magia del lungomare nei colori caldi e soffusi del tramonto…” ha scritto sotto la foto.  L’altra, in Piazza Liria, di fronte alla prefettura. Questa era la piazza nuova contrastata  dalla maggioranza dei  cittadini, affezionati a quella precedente.  Un parco quadrato con dei fiori, soprattutto delle violette.  In mezzo s’innalzava una fontana risalente dal 1930.  Lì di fianco, in prossimità del teatro  comunale c’era un cortile con qualche albero robusto, panche di legno con delle spalliere, in cui in estate gli anziani si sedevano e giocavano a carte.  Ogni tanto a partire dalla primavera e poi in estate sostava una giostra e sull’erba oziavano numerose famiglie di rom. Questa nuova aveva delle palme alte e magre, piccoli fori da cui uscivano stillicidi di acqua, mini fontane irrisorie, panche rettangolari di cemento, scottanti sotto il sole. La vecchia fontana era stata sradicata e una bella parte dei cittadini anziani era rimasta profondamente amareggiata.

Mara si era messa sulla piazza in piedi e sorridente, dietro ad una panca in qui si erano sedute,  vestite in abiti scuri, sei donne anziane.

Dopo Scutari è Durazzo la citta che ho più gradito” mi ha  confessato Gabriele Muscolino dopo il loro ritorno. Professore di lingua e letteratura italiana in un liceo classico tedesco a Bolzano, è soprattutto musicista, il cantautore di Nachtcafe, un ottimo gruppo folk  che si esibisce dentro e fuori  Alto Adige e spesso anche fuori Italia. Hanno al loro attivo due album graziosi e molto ben  curati. Con la sua compagna  avevano intrapreso con comodo un viaggio  di due settimane,  sostando tra l’altro un giorno a  Durazzo, all’Hotel Nice. Conoscevo Hotel Nice.  Una donna che abitava nello stesso edificio, al terzo piano, verso il pomeriggio era uscita sul poggiolo con un tubo di plastica in mano proveniente dal rubinetto della cucina. Lo aveva strisciato fino a sopra il davanzale e si era data da fare  ad annaffiare i fiori del piano terra. Lì sotto, su una sedia sul ciglio della viale, si sedeva dal mattino alla sera Dante, il signore del negozietto di opere artigianali, piccoli regali da portare con sé. “Una persona loquace, simpatica e semplicemi dice Gabriele. Di sera avevano deciso di  cenare ad  uno dei ristoranti in cui spesso e volentieri  vado a prendere il caffè del mattino con la mia amica Renata. Da Gogo.  Di sfuggita avevano intravisto l’anfiteatro.  Hotel Nice,  dista  pochi minuti dal mare e ha alla sua destra la Casa Museo di Alessandro Moissi, casa in cui passo la sua infanzia  il grande attore albanese, naturalizzato austriaco, la foto del quale ho trovata tra le altre  personalità che decoravano le pareti  interne del teatro comunale di Bolzano. Un po’ più a destra serpeggia la strada Colonnello Thomson, in ricordo di Lodewijk Willem Johan Karel Thomson,  un infelice colonnello  olandese,  inviato in Albania nel 1913 per conto  della Germania, Francia, Italia e Russia a sopprimere delle ribellioni di contadini albanesi contro il principe Vidi. La sua morte a Durazzo, avvenuta il 15 giugno del 1914 è rimasto un mistero.  Si racconta che nel  bel mezzo di una rivolta, mentre dava degli ordini ai suoi soldati, fu  colpito da una pallottola a distanza ravvicinata. Gli si era infilata da dietro collo fuoriuscendo dalla gola.  Comunque, la strada  del sventurato Colonnello  Thomson si snoda  parallelamente a quella di Anastas Durrsaku,  Anastasio I di Durazzo, imperatore del Bisanzio dal 491 al 518.  Nato a Durazzo, nel 430, le  viene attribuita la famosa tassa  “pro haustu aeris”, la tassa “dell’aria che respiriamo”.

Purtroppo non mi è chiaro se e come funzionano le guide turistiche a Durazzo, perché spesso mi sono imbattuta in gruppi di turisti che si arrangiavano da soli tra vicoli sparuti con delle mappe improvvisate tra le mani e capellini storti sulla testa.

Tornando a Gabriele, al pomeriggio, mentre prendevano un caffè sulla riva, si era sentito il canto del muezzin, il richiamo alla preghiera:

“La sensazione era insolita – mi ha detto – anzi nuova per me. un senso di unità, forse armonia, la sensazione della ricucitura di uno strappo, lo strappo tra la carne e lo spirito, tra materia e anima. Bere, mangiare, trafficare o qualsiasi altra attività esplicita e implicita e nel frattempo la presenza della parola divina che vi si sovrappone – sacro e profano stanno insieme, (…) la recita di un versetto sacro è ben altra cosa rispetto al suono delle campane – la prima è un atto di comunicazione all’uomo, la seconda è un rinvio a qualcos’altro.

Quando siamo arrivati noi  i ragazzi erano già partiti verso Valona.

Arrivati sulla piazza del porto siamo rimasti paralizzati. In mezzo l’asfalto era apparso   lacerato. Un grande buco nero, come il ventre di una donna martoriata. Da sotto si vedevano malapena i resti della vecchia città,  Dyrrachium, risvegliata dopo mille anni. Qualcuno raccontava di tre tombe di Medioevo, tombe di donne, di residui  archeologici murali, reliquie ottomane. Lo stesso pomeriggio mi sono unita  alla  protesta isolata di una parte  della società civile che chiedeva  la sospensione immediata dei lavori. L’altra parte, la maggioranza, gingillava lungo al viale Epidamnus,  oppure ai tavoli dei bar,  sorseggiando un qualche bevanda, oppure gustando il gelato.

Le due settimane sono volate e mi sentivo come intrappolata in un corpo malato. Uno di quei giorni sono andata a visitare Piazza Liria, dove aveva posato Mara tra le palme, di fronte alla prefettura.  Volevo trovare le sei donne vestite di scuro. Sapevo che le nostre madri sono abitudinarie. Si siedono allo stesso posto per un preciso tratto di tempo. Così  anche gli uomini, alla sinistra, sulle scale della grande moschea. Ognuno il suo posto, dalle 15 fino alle 16, dalle 18 fino alle 20 e cosi via. Le ho trovate alle 18 di sera, ovviamente sulla stessa panca di cemento. Ci siamo salutate e abbiamo chiacchierato un bel po’.  Poi le ho raccontato di Mara e della sua foto.  “Siamo diventate famose !”-  si era divertita la donna più anziana con degli enormi occhiali da vista.

“Ringrazi da parte nostra la signora Mara, la prego!”- si rallegrava l’altra.

Se ne sono andate verso il tramonto, quando un nonno ricciuto si è piazzato con delle pannocchie di mais e una stufetta. Aveva sbucciato le pannocchie in un battito di ciglia e le aveva disposto sul fuoco una vicina all’altra, cinque per volta, girandole con destrezza di tanto in tanto. Questo aveva dato origine ad  un fumo accecante che avvolgeva tutto, perfino le palme fino a metà della loro lunghezza. 50 centesimi  a pannocchia. Troppo per gli anziani albanesi che ne percepiscono  circa 150  di pensione.

Dopo di noi c’era stata la mia carissima amica, Monika Pietrangeli, la  giornalista del TGR Alto Adige. Era con le sue amiche e dopo la mia partenza le ho lasciato le chiavi di casa, al quinto piano. Era rimasta affascinata “dall’amichevole confusione delle citta del mare: Durazzo citta sorella…” mi ha detto.  Da tutte le finestre poteva vedere un pezzo di storia. Da una contemplare  il mare e il porto. Da quella dello studio  la torre veneziana costruita dallo stesso imperatore Anastasio I. Dal poggiolo avrebbe potuto gradire una parte delle muraglie della fortezza, prima che piazzassero tre metri distanti più in là un enorme collegio americano, accessibile ai benestanti. Spesso  passando di là gli ultimi tempi trovavamo  sull’entrata delle coppie di sposi in posa, o su per le scale. Chissà per quale infelice motivo  i giovani  immortalano le loro nozze sulle scale di un ingombrante Collegio Americano. Ai due lati  sono collocate due alte statuette bianche. Cherubini che rivolgono lo sguardo insolente  verso la cupola giallo oro della Xhamia e Madhe – Grande Moschea. Entrambi tengono alla  mano destra  una fiaccola, simbolo della illuminazione dell’anima, ma che a tanti pare  solamente un carciofo.

Noi durazziani, come le madri della Piazza Liria, siamo gente abitudinaria. Abbiamo il nostro macellaio di fiducia, la nostra parrucchiera, la nostra zona preferita sulla spiaggia in cui infilare l’ombrellone portato da casa e piazzare i seggiolini. Per cui l’ultimo caffè del mattino, l’ho abbiamo preso come al solito  da Mulliri i Vjeter Il vecchio Mulino, un bar assai carino, illuminato all’interno da luci incrociate e multiple. Ricostruito su un edificio antico di due piani, è un miscuglio tra il popolare e il moderno. Si colloca in un angolo tra  Viale Epidamnus e la Strada della Fortezza, cinque minuti a piedi dalla piccola moschea Fatih, dove per la prima volta ho sentito la preghiera dell’ Imam Zenel, il mio Imam preferito. Ha oltre ottant’anni e si  fa notare quando al tramonto attraversa la strada verso moschea con la sua testa dolce e alta sulle spalle  morbide . Il suo corpo esile,  contornato di sfumature calde, con una copricapo grigio leggero sulla testa, saltella sull’asfalto con  una certa disinvoltura ritmica. L’ultima mattina stavamo incantati con le tazzine in mano.  La veduta del  Viale Epidamnus alle sei e mezza di mattina è una brezza sull’anima.

A quell’ora  tutto è calmo. La quiete marina, i calpestii  fiacchi, il gemito dei gabbiani, i tuoni delle campane. Siamo rimasti cosi un per un po’.  Poi  ci  siamo alzati,  prima dell’arrivo  dei prepotenti.

I Prepotenti della città arrivano sempre in grosse auto, scure e nuove. Parcheggiano dove  pare a loro, bloccando la vista degli altri e camminano a passo lento esibendo la pancia rotonda. Sbattono il mazzo delle chiavi sul tavolo e un paio di  cellulari e ordinano la colazione. Chi urlando senza alcun riguardo, chi barbottando e  facendo  piccoli segni con la testa.  Questi sono i Neo-Potenti  della Città, quelli che possono decidere se rovinare un quartiere illirico per costruire dei  palazzi alti, troppo alti, se cementificare una costa intera, oppure sradicare degli alberi antichi per infilare delle palme alte, sempre troppo alte,  con ceppi di foglie morte sulla cima.

Quando l’indomani osservavo dall’aero come man mano Durazzo si rimpiccioliva, un pugno di muraglie, palazzine, case accucciate sul mare, solitarie nella loro sopravvivenza quotidiana, mi sono sentita vigliacca e  incredibilmente inutile. D’un tratto mi sono venuti in mente  i versi di  una canzone  : “Tu marinaio dammi pipa e tabacco/ ce da guardare in faccia i mostri del mare /e chi non li teme è più che un vigliacco. Che vuoi che cambi in terra o in mare”.**

Non so se sono stata veramente una vigliacca. Può darsi che  tutti lo siamo un po’, ma io temevo veramente i mostri della mia città, li guardavo in faccia e non li trovavo  poi così differenti dagli altri. Ma chi avrebbe protetto  Dyrrahium dalla distruzione?  Uno rimane sempre un numero solitario, pure il Due. Anche Cento se sono impauriti, insicuri e impoveriti. Chi, dunque, avrebbe guardato in faccia temendoli e contrastandoli  i mostri della mia città?

All’improvviso l’aereo aveva fatto un balzo salendo bruscamente in alto, e da lì in poi non ho visto più niente che nubi e nuvole, chiarori oscillanti  e insoliti fulmini docili e argentati.

*Gentiana Minga

Nata 12 aprile 1971, a Durazzo (Albania). Laureata in Storia e Filologia a Tirana(Albania) nel 1993. Ha lavorato come professoressa di lingua e letteratura albanese, bibliotecaria  e giornalista professionista per diverse testate albanesi. Poetessa e scrittrice, ha pubblicato: Autopsia del disastro ( racconti e novelle – 1993 – ed. Europa – Tirana, Albania), La signora di Scutari ( poesie – 2003 – ed. Florimont – Tirana, Albania), “Ciao mamma, un saluto da Bolzano” (poesie – 2017-ed. Terra d’ulivi”. Ha pubblicato con diverse antologie tra qui “Sotto il cielo di Lampedusa II” (ed. Rayela), “Muovimenti, segnali da un mondo viandante” ed. Terra d’Ulivi . Collabora con El-Ghiblie, Versante Ripido, Macchina sognante, Salto.bz, e con “Poeteka”, tre – mensile  letterario  albanese. Attualmente vive a Bolzano.

** testo Starbuck- album “Uomini e no “-.Nachtcaffè

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