Ancora in Turchia

RUBRICA SETTIMANALE

Frontiere

a cura di Amira Chaouch

Dopo il mio viaggio al confine con la Siria, ero ritornata a Mersin, dove dovevo stare per alcune settimane ed iniziare ad insegnare inglese, come volontaria. Il 24 settembre si celebrava una festa religiosa “Bayramı (Eid el-Adha)” ovvero la festa del Sacrificio, così la mia coinquilina mi aveva invitata a celebrarlo a casa sua a Bursa, una città della Turchia situata a sud del Mar di Marmara ed ex capitale dello Stato Ottomano.

Durante le feste, come da per tutto, era impossibile trovare un volo economico, e così decisi di fare un lunghissimo viaggio di 22 ore sull’autobus : devo dire che era comodissimo ed avevamo la tv ed il WIFI ed anche…. molti spuntini golosi. Arrivai due giorni prima della grande festa, quindi in tempo per conoscere la città ed anche la famiglia dell’amica. Abitavano in una specie di ghetto : stradine piccolissime con delle case vecchissime dove comunque tutti si conoscevano fra di loro e la maggior parte era di origine bulgara.

E’ li che scoprì che la mia coinquilina era di origine bulgara, ma con quello che era accaduto in passato suo padre era stato costretto a cambiare il suo cognome o meglio a renderlo turco. In quel ghetto i Bulgari avevano accolto tantissimi rifugiati siriani e continuavano a dire “Abbiamo passato quel che stanno passando loro, ed è giunto il momento di aiutare qualcuno in memoria del nostro passato”.

Bursa è una bellissima città con tanti monumenti da vedere tra cui i mausolei dei primi Sultani Ottomani, ma la gente è super religiosa e a volte mi sentivo quasi a disagio per i loro sguardi. Ovunque la gente appendeva la bandiera della loro amata nazione ( è un po’così in tutta la Turchia ) ma lì vidi gente che aveva la bandiera sul cofano della macchina, sul motorino, in mezzo alla strada, la usavano come sciarpa: insomma il rosso turco era ovunque! Il grande giorno era arrivato, la famiglia si era riunita a casa della sorella grande dove avevano sacrificato un agnello e preparato un bancone enorme pieno di pietanze turche e bulgare e tanti dolci fatti in casa! La gente continuava a venire a fare gli auguri e si mangiava in continuazione e tutto ciò mi ricordò un po’ le feste in Sicilia, dove i pranzi di Natale sembrano infiniti e non puoi dire di essere piena perché è come disprezzare ciò che è stato offerto in  una giornata “divina”! Quindi,per non sembrare scortesi, c’eravamo avviate verso la Vecchia moschea della città: la maggior parte della gente era lì, chi pregava, chi ascoltava quello che diceva lo Sheikh e chi veniva per fare la “Sadaka”, l’elemosina ai poveri ed ai rifugiati e questo invece mi ricordò tantissimo l’atmosfera dell’Aid in Tunisia.

Insomma questa è la magia della Turchia: ti fa sentire in casa, cioè l’Oriente e l’Occidente in un unico luogo.

Dopo aver fatto un giro in città, abbiamo iniziato a fare gli auguri ai parenti ed amici. Il giorno seguente la città era del tutto silenziosa e fino alle  tre di pomeriggio nessuno circolava. Era troppo calma per come mi ero abituata a vederla e mi spiegarono che era normale dato che il giorno prima la gente era andata a dormire tardi per via delle celebrazioni e che il giorno seguente era il giorno di riposo o il giorno in cui ci si spostava di città in città per fare gli auguri. La sera dovetti ripartire, riprendendo lo stesso autobus e ritrovando la stessa gente che era diventata amica, pur non parlando la stessa lingua.

Vidi sorgere il sole a Mersin ed era bellissimo: in quel momento ho sentito che  iniziava di una nuova avventura, una scommessa con me stessa.

Alla prossima con un nuovo episodio.