Europa Meticcia passata e futura

di Gianguido Palumbo.

Sabato 25 marzo 2017 a Roma è stata firmata da 27 Paesi una nuova Carta per il prossimo futuro dell’Unione Europea mentre la Gran Bretagna se ne sta distaccando dolorosamente. C’è molta preoccupazione per questa Europa in crisi che oltre ai problemi economici sociali e politici si trova a vivere anni decisivi sia nei confronti del resto del Mondo, quasi circondata da nuovi personaggi potenti e nemici di fatto come Putin, Erdogan e Trump, sia per le prossime elezioni in Francia, in Germania e poi anche in Italia, e nel frattempo sempre più coinvolta dalle nuove Migrazioni mondiali.

Vi propongo una sintesi statistica che paradossalmente aiuta a relativizzare la quantità del problema e invece di seguito vi suggerisco di leggere ciò che pensava ben 20 anni fa,  nel 1998, sull’EUROPA e sulle MIGRAZIONI un grande intellettuale italiano, per riflettere sulla qualità del tema “identità e storia”.

Anno 2015  dati ufficiali Eurostat  arrotondati :

-Popolazione totale dell’Unione Europea ( 28 stati compresa ancora la GB )  500 milioni di abitanti

-Popolazione di origine “straniera” proveniente da paesi extra UE                     20 milioni

-Nuovi Immigrati arrivati nel solo anno 2015 da altri continenti                         5 milioni

Da La Repubblica del 22 dicembre 1998 : un’intervista di Nello Aiello a Umberto Eco.

L’Europa un continente meticcio. Spariranno gli Stati nazionali. Queste due profezie sono di Umberto Eco. Da esse derivano i suoi umori e pensieri nei riguardi del nostro Continente, come esso si prepara a diventare. L’ unità politica sarà l’esito finale di complessi fenomeni di dialogo alla pari e accettazione reciproca fra i popoli “migranti” che varcano le nostre frontiere e noi europei che li accogliamo. In questa visione, che coinvolge fra l’altro tanti problemi linguistici, si può contemplare anche la dissoluzione degli Stati nazionali. Che cosa sono, infatti, queste realtà statuali, se non altrettanti edifici storici, che la storia stessa potrà rimodellare o far decadere secondo gli estri e le necessità del proprio corso? Non sarebbe la prima volta che gli eventi, nel loro svolgersi, dimostrano di travalicare anche le immaginazioni più fervide. E non è forse il caso di lasciarsi scoraggiare dagli inizi della costruzione europea, che in un’ottica politica possono sembrare deludenti. “Roma ( sentivamo ripetere nella nostra infanzia) non fu fatta in un giorno”. Sulle idee qui appena accennate verte questo colloquio con Umberto Eco. Tema generale: l’Europa che sta per nascere. E partiamo da quelle sue previsioni, o profezie, sul continente meticcio e sulla sparizione degli Stati attuali. Lo scrittore le ha avanzate in un libro uscito di recente in Francia, Entretiens sur la Fin des temps ( ed. Fayard 1998 ) nel quale veniva interrogato (insieme a Stephen Jay Gould, Jeanne-Claude Carrière e Jean Delumeau) sul passaggio al Terzo Millennio.

“Le mie non sono profezie, e nemmeno previsioni. I profeti vedono, o dicono di vedere, il futuro. Gli scienziati prevedono quel che dovrebbe accadere se esistono certe regolarità in natura. Io mi limito a registrare talune linee di tendenza. E penso che, se le cose vanno di questo passo, dovrebbe nascere un’ Europa di colore senza più Stati nazionali. Siamo di fronte non a fenomeni di immigrazione, ma a una migrazione. Il sud del mondo, sovrappopolato, sale verso il nord, in calo demografico. Non c’è provvedimento che possa bloccare questo processo. E dunque, entro (diciamo) la metà del secolo prossimo l’Europa sarà un continente colorato, meticcio, fatto per la maggior parte di sanguemisti. E questo non solo dal punto di vista della pelle, ma in parte anche della cultura. Non parlo di conquista, ma di mescolanza. Pensa ai popoli germanici che scendono verso l’impero romano. Mica si allineano sul latino e sul cristianesimo di Roma. Diventano magari ariani – nel senso dell’eresia, non della razza – e a poco a poco nascono delle lingue nuove, quelle che parliamo ancora oggi. In fondo, l’Europa medievale e moderna è il risultato di un meticciato immenso, e dovuto a migrazioni (questa volta dall’est). Se vuoi possiamo fare della fantascienza e parlare per il prossimo secolo, che so, di induismo calvinista o di marxismo bantù. Senza fare fantascienza, basterebbe pensare all’innesto tra cristianesimo e religioni africane in Brasile… Salvo che con l’Europa sarà diverso. In Brasile gli africani arrivavano come schiavi analfabeti e, per mantenere l’identità, mescolavano gli insegnamenti cristiani con la propria mitologia d’origine. In Europa si tratterà di una migrazione con scolarizzazione (e la scuola certo tenderà ad europeizzare i nuovi venuti), ma al tempo stesso con formale rispetto delle tradizioni dei migranti. Il processo sarà quindi più lento, più complesso, meno fantascientifico e pittoresco, ma ci sarà. E la sparizione degli Stati nazionali non è impossibile. In fondo, gli Stati nazionali sono un’invenzione recente, non dico per l’Italia e la Germania, ma persino per la Francia e l’Inghilterra. Si stabilizzano, così come sono oggi, negli ultimi cinque secoli. Ora pensa a un’Europa già di per sé meticciata – vuoi per la cresciuta facilità dei trasporti, vuoi per la diffusione di Internet – in cui è più facile stabilire rapporti tra due città lontane (diciamo una in Spagna e una in Polonia) ma con interessi produttivi o commerciali comuni, che tra una cittadina bretone e Parigi… Con la moneta comune e un’autorità politica centrale sempre più forte, non è inverosimile pensare al disfacimento dello Stato nazionale. Ma non nel senso di Bossi, con la Padania indipendente, bensì con delle configurazioni non necessariamente basate sul principio di continuità spaziale, né sull’unità linguistica. Sul problema delle lingue universali non mi pronuncio, non perché non ne esistano di praticabili, come l’Esperanto, ma perché mai, nella storia, si è riusciti a imporre una lingua per decisione politica. E dunque, o si tratterà di un processo naturale, o niente. Per il momento, penso al poli-linguismo. Abbiamo già un esempio di Stato multilingue, la Svizzera, in cui alla fine tutti si capiscono benissimo. Anche in un’Europa sovranazionale saranno sempre di più i francesi che sanno il tedesco di quelli che sanno il lituano. Ma ciò non esclude una sorta di poli-linguismo diffuso, anche se imperfetto. Pensa che già oggi può accadere che a una stessa tavola uno spagnolo, un francese, un italiano parlino ciascuno la propria lingua e riescano ad intendersi. Un’Europa che “vivacchia” di poli-linguismo imperfetto non è un’assurdità. E per il resto funzionerà ovviamente una lingua veicolare. E l’ Inglese? Ma in un’Europa a fatale prevalenza franco-tedesca, l’inglese avrà il ruolo che ha nel resto del mondo? Faccio sempre arrabbiare i miei amici francesi dicendo che si danno un gran da fare per eliminare le parole inglesi mentre la loro vera paura, inconscia, è che un giorno l’Europa – che, non dimentichiamolo, ora comprende anche l’est – parli tedesco. Tuttavia, finché gli Stati Uniti conservano la leadership mondiale, anche l’ Europa privilegerà come lingua veicolare l’inglese, perché poi dovrà comunicare anche con il Giappone, e il Giappone non parla il tedesco. Però, anche qui, chissà? Pensa a chi era sicuro che oltre all’inglese occorresse imparare il russo, e invece ora forse converrà studiare il cinese. Io penso che l’identità linguistica avrà ancora un’importanza fondamentale, sia per ragioni di vita quotidiana che per ragioni letterarie. Ma bada bene che è abbastanza raro che identità linguistica e identità politica coincidano. Abbiamo parlato della Svizzera, quattro lingue per un solo Stato, e pensiamo ora all’inglese, vari Stati con una sola lingua. Non c’è unità linguistica in Cina, in India, in Spagna. E tra l’ altro non c’era unità linguistica in Francia fino alla rivoluzione. Le barriere linguistiche sono state fomite di odio e di incomprensione. Ma in futuro lo saranno un po’ meno, basti pensare a quante lingue tu puoi ascoltare in una sera facendo dello zapping al televisore. Così facendo, nordafricani e albanesi, quando arrivano in Italia, parlano già italiano. Le lingue sono organismi flessibili. Se la cavano sempre. Il latino del tardo impero non era più quello di Virgilio, al quale poi si sarebbero rizzati i capelli se avesse ascoltato il latino della chiesa e dell’università medievale. Eppure i poeti della decadenza latina sono bellissimi, e sono belli i canti dei goliardi medievali. Nessuna migrazione è indolore. Temo che si pagherà un prezzo alto, anche in termini di sangue e violenza. L’unica cosa che possiamo fare, per rendere lo scontro meno violento, è prepararci culturalmente, preparare i nostri figli a gestire l’incontro. Loro, i migranti, sanno come pensiamo noi e quale sia la nostra cultura – l’hanno appreso quando erano colonia – ma noi non sappiamo nulla di loro. C’è ancora gente in Europa che crede che il dio dei musulmani sia Maometto… Si tratta dunque di educare tutti, chi arriva e chi accoglie, al rispetto della diversità. Sono membro dell’Académie Universelle des Cultures, che ha nella propria carta fondativa questa previsione di un’Europa meticcia, e da tempo stiamo studiando forme di educazione all’accettazione della diversità (etnica, culturale, sociale, eccetera).

Ne parlo qui solo per dire in quanti modi ci si può preparare per rendere la transizione meno dolorosa. Potrei azzardarmi a dire che se aspettiamo che l’Europa politica nasca per proprio conto, stiamo freschi. L’Europa politica nascerà proprio sulla sollecitazione dei fenomeni di cui parlavamo prima, almeno credo. L’Europa politica sarà solo una conseguenza dell’Europa culturale. Capisco che cosa vuol dire essere europeo quando sono in America (per non dire in Cina). E’ difficile da spiegare, parlo inglese ma non svedese, mi sento più a casa mia a New York che a Stoccolma, eppure quando a New York parlo con uno svedese sento di avere con lui delle cose in comune che non ho con gli americani. Abbiamo in comune una storia, un modo di pensare. E’ di qui che si parte parlando d’Europa. Vivere bene con gli altri significa, sì, rispettarli, ma anche capire quando sbagliano. E avere la grinta per dirlo”.

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