Europa migrazioni Africa

di Antonio Luzi .

La Sindaca di Roma pochi giorni fa ha scritto una lettera al Prefetto di Roma, nella quale chiede una moratoria sui nuovi arrivi di immigranti nella capitale, vista la “forte presenza migratoria e il continuo flusso di cittadini stranieri”.

La risposta del Ministero e della Prefettura è stata che quanto la Raggi dichiara non corrisponde al vero e la invita a darsi da fare al più presto.

MONDITAreview si occupa di immigrazione in tutti i suoi aspetti inclusi ovviamente quelli politici, e la lettera della Sindaca di Roma mi spinge a fare una riflessione che vi propongo e che vuole essere una considerazione più generale e soprattutto vuole tentare di affrontare il problema della immigrazione cercando di elaborare risposte positive al problema, risposte che superino il dilemma fra repressione e abbandono dei Migranti.

E così mi è venuto in mente il famoso Piano Marshall, che ufficialmente era definito piano per la ripresa europea, European Recovery Plan (ERP), ma divenne famoso con il nome Marshall, perché la persona che lo progettò era l’ex generale George Marshall, segretario di Stato statunitense durante la prima amministrazione Truman, piano che entrò in funzione  il 3 aprile del 1948.

In sostanza si trattava di un piano di aiuti economici a fondo perduto per l’Europa, allo scopo di sostenere la sua ripresa dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale. Naturalmente il piano aveva anche l’obiettivo di contrastare l’espansionismo sovietico del dopo guerra, creando legami di amicizia e riconoscenza verso gli Stati Uniti d’America, in un momento in cui il mondo si stava dividendo in due ed in cui povertà e distruzione dei mezzi di produzione caratterizzavano il quadro europeo di quegli anni. I paesi destinatari dei fondi furono Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania Ovest, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, Svizzera e Turchia.

Il programma di aiuti cessò nel 1951, dopo aver contribuito in modo decisivo alla ricostruzione dell’Europa.

In tre anni l’Italia ottenne oltre 1,2 miliardi di dollari di allora: soltanto Gran Bretagna, Francia e Germania Ovest ricevettero più fondi. In tutto, gli Stati Uniti investirono nel piano Marshall 17 miliardi di dollari.

Nel 1953 George Marshall vinse il premio Nobel per la Pace.

Al di là di ogni convinzione ideologica, è difficile negare che le ragioni umanitarie si coniugarono con strategie e obiettivi politici che gli Stati Uniti definirono in chiave antisovietica. Tuttavia, appena due anni dopo l`approvazione del Piano, l`Europa iniziò a mostrare i segni di una rapida rinascita economica, che investì soprattutto i livelli della produzione industriale.

Il problema maggiore e di più urgente risoluzione era la fame: in Europa (Italia soprattutto) dominava l’insufficienza degli approvvigionamenti di grano, elemento indispensabile dato che il pane era la base dell’alimentazione. La natura degli aiuti fu per il 90% risorse alimentari (il denaro poteva essere più facilmente utilizzato per altri fini attraverso dei raggiri) e il tutto venne concesso a fondo perduto.

Andando brevemente un po’ più nel dettaglio gli obiettivi dell’ERP erano quelli di promuovere lo sviluppo della produzione industriale ed agricola, di stabilizzare la moneta e di aiutare a raggiungere pareggio di bilancio dello Stato.

Il programma prevedeva l’investimento di 2.273 miliardi di lire nel quadriennio 1948 – 1952, in particolare: 665 all’agricoltura, 920 all’industria, 630 a trasporti e telecomunicazione, 8 a corsi per riqualificazione professionale per favorire l’occupazione. I settori sui quali il programma intendeva concentrare, in modo particolare, gli investimenti delle imprese pubbliche, gli aiuti e i finanziamenti erano: le industrie energetiche (generazione e trasporto di energia elettrica, raffinerie di petrolio greggio, valorizzazione delle scarse risorse interne di combustibili fossili potenzialmente disponibili); l’industria siderurgica e quella meccanica; il tessile; la chimica e la gomma.

Perché parlare di tutto questo e che cosa a che vedere con la immigrazione ?

Il piano Marshall creò le condizioni per uno sviluppo economico a cui si associò uno sviluppo sociale, più marcato nei paesi del Nord Europa rispetto ai paesi del sud come l’Italia o il Portogallo o la Grecia.

Il fenomeno migratorio di questi ultimi anni è caratterizzato dall’arrivo nel nostro Paese, visto come punto di partenza e non d’arrivo, di persone provenienti da scenari di guerra e da scenari in cui regna la fame e la disperazione.

Da un’Africa sempre più relegata ai margini della storia e in cui fasce sempre più enormi vivono con un reddito di un dollaro al giorno, in cui non c’è democrazia, in cui i diritti umani non hanno alcun valore, in cui la popolazione non ha alcun accesso all’educazione, alla salute e molto spesso, nemmeno all’acqua potabile.

Un quadro che, fatte cioè le necessarie correzioni, non è totalmente diverso dal quadro di una Europa distrutta dalla 2°Guerra Mondiale, in cui le popolazioni soffrivano la fame, in cui le reti di trasporto erano state distrutte, ed in cui i bisogni sociali, cioè scuola ed educazione, non erano certo al primo posto nelle priorità dei paesi. In quella situazione difficilmente i Paesi europei, lasciati a se stessi, sarebbero riusciti a tirarsi fuori dal disastro così velocemente, e soprattutto, non sarebbero riusciti a farlo tutti insieme, costruendo i prodromi della Unione Europea, una alleanza fra Paesi che avevano sofferto la guerra e che si giurarono, negli accordi di Roma del 1957, che non avrebbero mai più permesso una guerra che distruggesse l’Europa stessa.

Oggi corriamo il rischio di una nuova guerra, magari non più guerreggiata con armi ed eserciti, ma una guerra fra Paesi europei che hanno, rispetto al fenomeno migratorio, atteggiamenti a volte non solo diversi, ma addirittura contrastanti, Paesi che rifiutano le loro “teoriche” quote di accoglienza, e che minacciano di usare questa ”arma” migratoria come un elemento per dividere, spaventare e terrorizzare le popolazioni europee, in un momento in cui sono sotto gli effetti di una crisi economica lunghissima, che ha messo a dura prova la famiglia europea e di cui a stento si vede la fine.

Ma questa nuova “guerra” in cui i primi a pagare sono i Migranti stessi, le loro famiglie ed i loro figli, abbandonati nelle mani di trafficanti umani senza scrupolo, non si vince impedendo gli sbarchi sulle nostre coste o organizzando nel migliore dei modi possibili, cosa per altro più che lodevole, la loro sistemazione provvisoria o definitiva, ma si vincerà solamente inaridendo il mare di povertà e fame che costringe i popoli africani a scappare ed a cercare in un mondo pieno di luci e cotillons, così come appare sui media, una soluzione duratura che consenta loro di poter avere una vita, magari difficile, come era quella dei nostri operai negli anni cinquanta, ma pur sempre una vita dignitosa.

Ecco perché l’Europa deve farsi carico, cosi come fecero gli Stati Uniti d’America nel 1947, di far partire un African Recovery Plan, smettendo di distribuire risorse a pioggia in Africa, risorse che molto spesso hanno lo scopo di finanziare attività di cooperazione degli stati europei, ed il cui fine è a volte quello di cercare e creare un mercato per le imprese nazionali.

In questo modo se la ricchezza crescerà nei paesi del continente africano, da cui provengono le più forti ondate migratorie, se in quei paesi al crescere della ricchezza crescerà anche l’educazione e la salute per tutti, se ad esse si accompagneranno anche il rispetto dei diritti umani e, in ultima analisi, cresceranno anche i fenomeni democratici attivando la partecipazione di quelle popolazioni ai processi decisionali, allora probabilmente, anzi sicuramente, il fenomeno migratorio si attenuerà fortemente e magari assisteremo ad una migrazione inversa con le nostre migliori risorse umane che si muoveranno verso un territorio in crescita e che offre opportunità a tante persone che vogliono far parte di un disegno vero di sviluppo.       ( una avvisaglia è avvenuta negli ultimissimi anni fra Portogallo e Angola ).

Credo sia quindi necessario da parte nostra iniziare a fare pressione sui nostri rappresentanti in parlamento, sia quello italiano ma soprattutto su quello europeo, affinché questa ipotesi inizi ad essere presa in considerazione, studiata e verificata.

Si deve pensare ad un Piano per quei Paesi da cui arrivano maggiormente i profughi :

dall’Eritrea, un Paese governato da un regime dove sono stati registrati numerosi episodi di violazione dei diritti umani.

dalla Somalia, Paese in cui è in atto un conflitto tra forze filo governative e il gruppo armato islamista al-Shabab e che soffre anche per una carestia, considerata una delle peggiori degli ultimi 25 anni.

dalla Nigeria, Paese diviso tra un nord a maggioranza musulmana e un sud a maggioranza cristiana. Fra i problemi quello della discriminazione religiosa. Negli ultimi tre anni numerose le vittime fra i civili degli estremisti islamici di Boko Haram.

A questi vanno aggiunti paesi come l’Egitto, il Gambia, il Mali, il Senegal, ed il Sudan.

Non so se il Piano per Africa che ha elaborato la Germania in questi giorni e che sta proponendo ai tavoli UE sia all’altezza della situazione : vedremo.

La mia è Utopia?

Forse, e forse è un retaggio di uno che ha vissuto il mondo delle utopie politiche negli anni sessanta e settanta, uno che usciva di notte per andare a vedere le stelle e che poi ha scoperto i cieli stellati africani, capendo che sopra di noi le stelle ci sono, ma anche di uno che ha lavorato come Tecnico delle Nazioni Unite per quasi 20 anni in Progetti per lo Sviluppo Umano,  oppure di uno che ha in mente due frasi sull’utopia, dette da personaggi lontani tra di loro ma in fondo ambedue con grandi sogni che li guidavano:

“I problemi del mondo non possono essere risolti da degli scettici o dei cinici i cui orizzonti si limitano a delle realtà evidenti. Noi abbiamo bisogno di uomini capaci di immaginare ciò che non è mai esistito.”

(John Fitzgerald Kennedy)

L’utopia è questo: quando sei convinto che a trecento metri ci sia quello che vuoi raggiungere, li percorri e ti rendi conto che l’utopia è trecento metri più in là, e così via. Per questo ti dici: “Allora è veramente irrealizzabile”. Invece no, perché c’è un aspetto positivo: che si sta camminando, e quindi l’utopia si realizza strada facendo”.

( Don Andrea Gallo)

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*