In memoria di Patricia una di noi

di Gianguido Palumbo.

E’ strano pubblicare questo Editoriale speciale oggi 2 novembre giorno dei morti. E’ strano ma è così.

Lindomara Patricia Lopez Guimarraes era Una di Noi, una delle 11 persone giovani ragazzi e ragazze ( a parte me ) che vivevano a Roma ma provenivano da otto paesi diversi del mondo e avevano deciso di costituire nel 2011 una nuova associazione, la nostra MONDITA ( MONDO ITALIA ) associazione interetnica italiana. Una di Noi cinque, io, Patricia, Abdessamad, Ippolita, Marco, che il 22 novembre di sei anni fa a Roma avevamo controfirmato l’Atto costitutivo e lo Statuto di MONDITA. Ma soprattutto Una di Noi, degli oltre 60 milioni di cittadini-e Italiani-e, una degli oltre 5 milioni di cittadini di origine straniera, una brasiliana immigrata in Italia nel 2001 a 23 anni, riconosciuta cittadina italiana nel 2005, ma pochi giorni fa, il 27 ottobre morta ( per un incidente stradale ) a quasi 40 anni in Polonia, dove viveva da tre anni, madre di una bambina di due anni, in attesa di una seconda da cinque mesi. Purtroppo Patricia è morta, per stanchezza, per angoscia, per le troppe delusioni degli ultimi anni italiani e poi degli ultimissimi anni in Polonia : l’unica felicità era quella di essere madre, anche se non le bastava. Il futuro della piccola Maia di due anni ci preoccupa molto.

Patricia la ricordo, la ricordiamo qui con grande emozione ed anche rispetto per le sue delusioni, dolori, errori e contraddizioni ma soprattutto per le sue doti speciali di energia, intelligenza, sensibilità che sono testimoniate come meglio non si potrebbe dalle sue stesse parole scritte nel 2010 per il Master all’Università che stava frequentando.

Le pagine che seguono non le ho volute tagliare in suo onore anche se sono tante per una lettura in un sito, ma vi invito a leggerle tutte.

Negli ultimi anni si è parlato e discusso tanto di IMMIGRATI di STRANIERI, di morti in mare, di morti nei campi per sfruttamento, ed anche di vivi che reggono l’economia italiana, di lavoratori che reggono l’INPS, di tanti imprenditori stranieri in Italia che comunque crescono, di quasi un milione di giovanissimi figli di immigrati che avrebbero il diritto alla Cittadinanza Italiana. La storia di Patricia è sintomatica di quante potenzialità, di quante energie sprecate e non valorizzate e di quante drammatiche esistenze e inesistenze vivono e muoiono fra di Noi.

Ippolita di MONDITA la ricordava  così ieri:

Il mio ricordo di Patricia è quello di una ragazza combattiva e determinata. Più volte avevamo parlato delle difficoltà che aveva dovuto affrontare come straniera in Italia, del fatto che spesso non si era sentita valorizzata per la sua formazione e per tutto quello che sapeva fare. Era una ragazza, una donna, dalle grandi capacità e dalla grande intelligenza: aveva una “presenza” e un coraggio che io ammiravo profondamente. Mi aveva dato forza quando non riuscivo più a ritrovare lavoro e con quell’energia vulcanica che la caratterizzava mi aveva spinto a smetterla di lamentarmi e a darmi da fare. Ecco, sì, così la ricordo dall’ultima volta che l’ho vista, circa tre anni fa. Patricia si dava sempre da fare e ti contagiava con la sua energia. Patricia amava ridere e scherzare. Patricia non si dava mai per vinta. Ma soprattutto Patricia non meritava di morire in questo modo. 

Abdessamad  alla notizia ricevuta della sua morte non credeva, non voleva crederci dopo che negli ultimi mesi e settimane, aveva ripreso a distanza un contatto con lei.

Patricia, fino al 2014, era stata molto impegnata nel suo lavoro nell’Agenzia di Cooperazione delle Regioni l’OICS e non poteva dedicare molto tempo all’associazione ma ci credeva molto ed era stata nominata Segretario-a. Assieme ad Ippolita aveva realizzato una delle prime elaborazioni preziose di MONDITA : una FILMOGRAFIA sull’Immigrazione, la schedatura della Cinematografia Italiana ( fiction e Documentari ) dal 1990 al 2012. Proprio alla fine del 2012, per i festeggiamenti del primo anno di vita dell’associazione presso l’HUB San Lorenzo, Patricia in quanto Segretario-a, ha presentato MONDITA al pubblico presente raccontando le nostre iniziative con grande efficacia. Nel 2013 per il libro UOMOBIANCO UOMONERO da me scritto per e con l’associazione MONDITA, Patricia ha firmato una riflessione critica pubblicata nella prima parte del libro accanto ad altre tre riflessioni : una dell’allora Ministra Kyenge, una dell’Assessora all’Immigrazione del Comune di Ravenna Martina Monti ed una della Professoressa Cristaldi, docente di Geografia delle Migrazioni alla Sapienza di Roma.

https://it.linkedin.com/in/lindomara-patricia-guimaraes-b3689927

Fra il 2013 e il 2015 abbiamo discusso molto io, Patricia e gli altri e le altre soci-e, sulle attività di MONDITA e su come procedere, ma la sua crisi personale di identità e le sue difficoltà nel lavoro, le grandi delusioni relative al riconoscimento delle sue capacità umane e professionali a Roma, la portarono a pensare di lasciare l’Italia : ne parlammo tanto e lei era indecisa se tornare in Brasile o accettare un’occasione di lavoro in Angola con una ONG. Poi improvvisamente nel 2015 decise di andare in Polonia per motivi molto personali.

Abbiamo perso i contatti per mesi ma nel 2016 via internet avevo visto che era diventata madre di una bambina e sembrava molto felice della sua maternità. Purtroppo non altrettanto del resto della sua vita e del rapporto con il padre polacco della bimba. Ha provato a lavorare saltuariamente per rendersi autonoma dall’uomo dal quale si era separata, rimanendo però sempre in Polonia.

La primavera scorsa avevamo ripreso i contatti a distanza e pur raccontando molte sofferenze e pentimenti accanto alla felicità di essere madre, sembrava in una fase di ripresa di energie, di fiducia, di reattività a tal punto che aveva promesso di riprendere a scrivere per MONDITA raccontando la sua vita polacca. Ma negli ultimi mesi avevo nuovamente perso i contatti e poi improvvisamente pochi giorni fa abbiamo ricevuto la drammatica notizia della sua morte in un incidente stradale avvenuto venerdì 27 ottobre mentre andava a lavorare, a quanto pare molto stanca, angosciata, forse incapace di controllare bene la guida. Purtroppo aspettava un’altra bambina pur essendo ormai separata con grandi problemi personali e una grande solitudine.

Ricordandola devo ringraziare il suo ex compagno italiano, con il quale Patricia è stata per anni a Roma e che ha scritto all’associazione MONDITA una breve e bella lettera quanto drammatica, per comunicarci appunto la morte di Patricia.

ROMA 2010

“Mi chiamo Lindomara Patricia Lopes* Guimaraes, ho 32 anni e vengo da Manaus, capitale dell’Amazzonia al nord del Brasile. La mia storia di emigrazione è piena di coincidenze e casi del destino che mi hanno guidata fino a qui in Italia, paese che non avevo mai in vita mia pensato di raggiungere.

*Nel 2005 mi è stata concessa la cittadinanza italiana e hanno escluso il cognome di mia madre, appunto Lopes, secondo la legge italiana che riconosce soltanto il cognome paterno.

Provengo da una famiglia molto umile: siamo sei fratelli, dei quali io sono la più grande. Mio padre che oggi ha 73 anni ed è in pensione ha svolto in vita sua diversi lavori per mantenerci, dal tassista al ricercatore d’oro mettendo in rischio la propria vita. Mia madre, polso forte della famiglia si è sempre data da fare per migliorare le nostre condizioni: faceva dei lavori di pulizia, cucinava a richiesta e vendeva prodotti agricoli al mercato e con molta saggezza ha sempre gestito al meglio le nostre risorse che non erano mai sufficienti. Avevo una sete enorme di conoscenza ed una gran voglia di studiare. Quando ero più piccola sognavo di fare il giudice, ritenevo che questa figura fosse la forza maggiore nel prendere decisioni e fare giustizia, volevo imparare ad usare il computer e magari un’altra lingua; mi è sempre piaciuto studiare, ma l’impegno scolastico quando si è poveri e privi di istruzione non viene presi molto bene dalle mie parti, si viene accusati di voler scappare dai propri obblighi domestici e questo accade principalmente se sei una donna e primogenita la quale sono io. Avevo come obblighi badare ai miei fratelli più piccoli ed a aiutare mia madre nelle faccende domestiche : l’unica soluzione per riuscire ad liberarmi da questo cerchio era quello di trovarmi un lavoro.

Ho iniziato a lavorare a 16 anni per dare una mano a casa e provvedere alle mie necessità essenziali ed educative. Lavorando tutto il giorno ora come segretaria, ora come assistente a ricche signore, ora come tirocinante in una banca, nel 1997 sono riuscita a diplomarmi in contabilità permettendomi così di entrare a lavorare in un’altra banca di peso internazionale come promotrice d’investimenti, mestiere che due anni più tardi dovuto alle costanti condizioni di stress mi procurò una gastrite acuta e mi costrinse a dimettermi.Con il minimo d’istruzione in una città così piccola e arretrata il quale era la mia a confronto ad altre città brasiliane, decisi di emigrare una volta rimessa in sesto dallo stomaco; non sapevo al certo dove andare, comunque sognavo una grande città brasiliana, forse “Rio de Janeiro” o “Salvador de Bahia”, ma mai vagamente pensato al “vecchio mondo”. Nel frattempo non vivevo più a casa dei miei genitori, dividevo casa con una ragazza portoghese con la quale ho intrapreso una attività turistica in Amazzonia, nel frattempo ho conosciuto un ragazzo italiano del quale mi sono innamorata.

Nel 2000, insieme alla mia amica portoghese decidemmo di partire verso il Portogallo alla ricerca di lavoro, ho venduto tutto quello che possedevo per mettere insieme un po’ di soldi. Il biglietto aereo, che all’epoca costava veramente tanto, fu procurato a metà prezzo dalla mia amica la quale aveva conoscenze nella compagnia aerea TAP. Fu il mio primo viaggio oltre l’oceano e ricordo che rimasi impressionata al vedere il giorno soleggiato quando per me era ancora notte. Sono rimasta sei mesi in Portogallo senza mai riuscire a fare i documenti che mi servivano per lavorare e subendo tutto il razzismo e odio portoghese verso di noi brasiliani, ricordo che non vedevo l’ora di ritornare in Brasile, volevo soltanto scappare. Nello stesso anno ho rincontrato il ragazzo italiano che avevo conosciuto in Brasile, il quale mi propose di venire in Italia e di aiutarmi.

All’inizio aprile di 2001 arrivai in Italia per la seconda volta (quando ero a Portogallo sono venuta per una settimana) e pronta a rimanere . Passai la Pasqua ad Avvezzano in Abruzzo insieme al mio angelo custode e la sua famiglia la quale faceva fatica ad accettarmi, faceva molto freddo e per la prima volta ho visto la neve, la toccai e la sensazione fu incredibile, non avevo niente di pesante per coprirmi, non parlavo la lingua, e tutto quello articolare di parole a voce alta a cui non ero abituata mi sembravano liti, persone arrabbiate e discussioni continue; le tante macchine ed i rumori delle strade mi facevano impazzire, non riuscivo a dormire e mi sentivo persa ed impaurita, non lasciavo trasparire quello che provavo, dovevo essere forte e adulta, ma ogni tanto piangevo di nascosto, mi mancava il sole, la natura, la musica ed i colori del mio Brasile. Comunque ero molto stimolata dalla voglia di crescere, mi sono messa subito al lavoro, ho fatto richiesta del permesso di soggiorno, mentre studiavo la lingua italiana lavoravo in una sartoria dove facevo consegne e lavori vari, dopo di che a settembre mi iscrissi ad una scuola serale per lavoratori per conseguire il diploma dato che quello brasiliano qui non era riconosciuto e non mi permetteva di accedere all’università che era la mia ambizione. Nel 2003, mentre facevo la baby sitter e lavoravo in un asilo, consegui il diploma in Ragioneria con un esito più che positivo 83/100 ed un tema sull’acqua ritenuto il migliore di tutto il liceo. Subito dopo, nel 2004, mi iscrissi al corso di Economia e Cooperazione Internazionale dello Sviluppo, che mi permetteva di avere il connubio perfetto : un viaggio tra l’economia, l’umanistica e la linguistica che in un domani mi avrebbe permesso di tornare vincente al mio paese e di rendermi utile alla mia gente, ma non solo, a tutti quelli che si trovano in situazioni disagiate ed di sofferenza e a tutti i bambini a cui diritto all’infanzia viene sottratto.

Attraversando episodi di razzismo, fatica di fare amicizia (principalmente con le donne), difficoltà sia economiche che emotive e nostalgia di casa, presi la Laurea nel 2007, periodo in cui grazie ad un corso presso la Federazione Italiana di Fitness lavoravo in palestra come insegnante e consulente fitness. Sono stati anni difficili ma proficui; dopo tutti questi anni sono praticamente ambientata, e la cosa più importante è che mi sento al sicuro, non ho paura dell’indomani, sono cresciuta e pronta a qualsiasi cambiamento.

Certamente mi sento un po’ “italianizzata” nel modo di vestire, nella mia diffidenza, nel sorridere meno, nella frenesia in rincorrere non so cosa, nell’ essere sempre pronta a difendermi anche quando non ne ho bisogno, il mio cambiamento è grande e questo alle volte mi fa paura.L’Italia senza ombra di dubbio mi ha dato tanto, mi ha permesso di apprendere più di quanto non avrei mai pensato. Amo la sua letteratura, l’arte, l’opera lirica e la storia; adoro la sua cucina la quale porterò sempre con me dovunque vada, mi brillano gli occhi ogni volta che mi raggiro in mezzo ai monumenti romani, tuttavia qui non è casa mia, qui io sono soltanto una forestiera, e questo ogni tanto mi viene ricordato.

Mi guardo allo specchio dopo quasi dieci anni vissuti da immigrata ed spero soltanto in concludere presto la mia avventura da straniera, voglio colmare questo dolore che sento qua dentro, questo vuoto che mi fa sentire incompleta, voglio smettere di piangere quando sento una canzone, quando vedo un documentario in tv, quando sento un odore che mi portano i pensieri diritti a casa, ai miei genitori che invecchiano, ai miei fratelli che diventano padri e madri di famiglia, ai miei piccoli nipotini che non vedo crescere; ho paura di perdere quello che mi resta della mia identità e della mia cultura che ora è più che ibrida, rivoglio il mio essere brasiliana e non voglio più sentire “Saudade”.

“ Jean-Loup Amselle – Ha distinto fra ‘identità pelle’ ed ‘identità magliette’. Le prime dovrebbero essere oggettivamente condivise e si baserebbero su elementi quali il colore della pelle ed il genere biologico; le seconde, che stanno prendendo il sopravvento, sono interscambiabili a seconda delle situazioni, proprio come capi d’abbigliamento. La metafora della maglietta è ancora più calzante se consideriamo l’aspetto coercitivo insito nell’abito indossato rispetto ad un altro. Determinate occasioni imporrebbero abiti determinati sino al caso estremo dei manicomi in cui ai pazienti erano imposte rigide regole comportamentali fra cui l’obbligo di indossare abiti uguali per tutti. Queste divise, vere e proprie camicie di forza dell’identità individuale favorivano l’annullamento della personalità degli individui ed in molti casi castravano all’origine la possibilità di un personale ‘recupero alla normalità.

Nonostante tutte le mie considerazioni il dato di fatto è che ogni mattina quando leggo i giornali e le varie vicende della politica italiana, mi schiero, faccio le mie critiche, analisi e commenti e me ne rendo sempre più conto del quanto mi sento parte integrante di questa società, che ci tengo in compiere i miei doveri di cittadina e questo per me è ed sarà sempre la mia “italianità” fino a quando mi troverò in suolo italiano. Auspico in un cambiamento in meglio per tutti e non soltanto per noi immigrati. Spero in un domani chi di dovere, sia consapevole dell’importanza di politiche sociali per l’immigrato e nell’agevolare nella sua lenta burocrazia la regolarità della gente che per forza maggiore si sente costretta a lasciare il proprio paese alla ricerca di condizioni migliori e così spezzare il circolo vizioso della troppa irregolarità tacciata da una propaganda ostile.

Nel frattempo in cui aspetto il mio avvenire ho deciso di dedicarmi completamente al lavoro di cooperante (condizioni permettendo), ho smesso di lavorare in palestra, mi sto specializzando in Scienze della cooperazione e dello Sviluppo, svolgo una collaborazione presso una importante agenzia per la cooperazione dove seguo alcuni progetti di sviluppo compreso uno con il Brasile, sono volontaria presso una ONG che svolge progetti sanitari in Africa, voglio iniziare ad scrivere un libro, e a breve spero in riuscire aprire una ONG in Amazzonia che si occuperà dei “meninos de rua” (bambini di strada) cerco di sopravvivere senza perdere la speranza e continuo a inseguire la felicità.

Le conclusioni di PATRICIA pubblicate nella Ricerca e relative al Gruppo del Master.

Il nostro gruppo è nato dalla casualità del destino nel fare incontrare e stringere amicizia cinque ragazze diverse. Ci distingue una mescolanza tra diverse età, provenienza, sogni ed opinioni discordanti. In principio non sapevamo assolutamente nulla l’una dell’altra, ma con il proseguire del lavoro abbiamo avuto modo di conoscerci e di imparare a vicenda dalle esperienze. Il rispetto reciproco delle nostre diversità è stato il punto di forza che ci ha portato a questo traguardo e con un risultato più che positivo per me personalmente. Sono molto felice di aver fatto parte attiva di questo lavoro che senza ombra di dubbio mi ha dato tanto e mi ha permesso di conoscere delle ragazze entusiaste, piene di energia, di forza interiore e dotate di una enorme sensibilità. Siamo cinque ragazze legate da una scelta comune, quella di seguire un percorso di studio che ci darà l’opportunità (si spera) di essere utili al prossimo, volontà questa rilevata anche dalle scelte precedenti di alcune delle mie compagne di lavoro e rafforzata dalle varie esperienze personali e dalla speranza di una Italia migliore per tutti. Abbiamo voglia di crescere e i cambiamenti non ci spaventano, siamo arrivate fino a qui e non abbiamo intenzione di mollare per niente al mondo. Il viaggio tra le vite delle cinque “ragazze” intervistate fa emergere soprattutto le differenze culturali di ognuna, cosa che non poteva essere diversamente date le loro varie provenienze. Le storie parlano di donne coraggiose, di mamme devote, di ‘guerriere’ che dinanzi alle difficoltà non si abbattono e non perdono la fiducia. La ricerca di una condizione di vita migliore a loro negata nel proprio paese di origine le ha spinte a emigrare altrove, a vivere in condizioni disagiate, a sopportare umiliazioni e violazioni dei propri diritti umani. Tutte loro continuano a sognare giorni migliori, cercando di crescere culturalmente. Un punto di fondamentale rilievo tra di loro è il forte attaccamento alla famiglia, il desiderio di riunire i loro cari (genitori, figli, mariti, fidanzati) e di in un domani tornare al proprio Paese di origine, da vittoriose. Le dieci storie di queste dieci donne riescono ad evidenziare l’attaccamento alle proprie radici che è molto forte e il dolore di essere lontane delle proprie case le fanno vivere con una certa tristezza nel cuore. Tutte hanno fatto delle scelte spinte da una società che non ti permette di essere autonoma, di decidere da sola. Sia le “straniere” che le italiane provano profondo disappunto per l’Italia di oggi per quanto riguarda le politiche sociali attuate dal governo. In un primo momento tutte le donne hanno avuto un certo problema nell’inserirsi in un contesto culturale diverso, ma nessuna di loro si è lasciata vincere dalla paura, hanno superato le loro debolezze e si sentono felici del percorso scelto, chi più chi meno. La difficoltà in tutte loro nell’esprimere la propria italianità è un fatto del tutto curioso, molto facile da capire tra le donne “straniere” ma di difficile comprensione tra quelle italiane. Dieci donne, dieci storie di vita che fanno parte di un puzzle che compone un mondo globalizzato dove nonostante sia permesso l’incontro facilitato di culture diverse è ancora presente il razzismo o perlomeno la non accettazione delle diversità siano esse di cittadini appartenenti a continenti diversi siano esse di cittadini dello stesso paese ma di differenti regioni.

L’Italia è un Paese che non è in grado di garantire i diritti umani ai cittadini che chiedono aiuto, diritto d’asilo concesso ma spesso con trascuratezza, un Paese dove il piano di sicurezza contro gli immigrati favorisce allo stesso tempo lo sfruttamento del lavoro nero e riconosce l’ immigrazione illegale, come reato punibile con una pena fino a cinque anni di prigione, un Paese con un Sud profondamente segnato da episodi di violenze nel confronto degli immigrati che chiedono soltanto di lavorare onestamente. Dopo un travaglio plurisecolare per arrivare finalmente ai 150 anni dell’unità d’Italia e non possiamo ancora parlare di una perfetta integrazione culturale neanche degli stessi italiani. Per una effettiva nascita dello stato unitario l’Italia ha bisogno di una rinascita che rispetti del tutto la Costituzione ed il suo ideale; deve risanare il valore dell’unità attraverso la collaborazione tra i vari partiti politici, attuare leggi vere basate sulle reali esigenze del Paese nel gestire il flusso migratorio e non appoggiate da governi che incitano soltanto il disprezzo verso gli immigrati. Il Presidente Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine 2010 fa notare agli italiani la vitale importanza di tutte le risorse presenti nel territorio, dell’impegno comune per un’unità nazionale, per uno sviluppo congiunto, nel condividere il sogno di un continuo proseguire includendo anche i cittadini stranieri che insieme agli italiani condividono doveri e speranze.

Oggi quello che auspico per un’ Italia migliore per tutti noi è che ci si renda conto di quanto sia necessario valorizzare la multiculturalità nazionale e che si smetta di aver paura dello sconosciuto. Mi rendo conto che l’ultima crisi economica, che perdura tutt’ora, ci permette meno, ci rende nervosi e meno tolleranti, ma in assoluto non dobbiamo lasciare che questo sfoci in atti di razzismo : facciamo tutti parte della stessa Umanità.

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Università LA SAPIENZA Roma 20 gennaio 2011   – Ricerca  “Donne migrazioni e identità nell’ITALIA di 150 anni” 10 storie vere a cura di : Chiara Casale, Patricia Lindomara Guimaraes, Kornelia Kovesi, Martina Musarra, Raffaella Russo.  Tutor  Gianguido Palumbo.  Gruppo Inclusione sociale.  Corso di Cooperazione allo Sviluppo e Diritti Umani, dei minori e delle persone con disabilità – promosso dall’ Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Facoltà di Scienze della Comunicazione in collaborazione con Ministero degli Affari Esteri Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo.

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Patricia aveva scritto, come le altre del Gruppo, questa sua autopresentazione che faceva parte del progetto di scrittura collettiva: è un testo che riletto oggi dopo sette anni è ancora molto forte, capace non solo di far conoscere chi lo aveva scritto ma anche di rappresentare bene le storie di milioni di “stranieri-immigrati” in Italia ( e non solo ) di questi ultimi anni con tutte le loro energie, dolori, difficoltà. Mi aveva molto colpito la sua intelligenza, sensibilità e forza di volontà e di reazione, oggi si direbbe la sua Resilienza. L’anno seguente, nel 2011 le proposi di partecipare alla nascita di una nuova associazione a Roma, assieme ad un altro giovane ( io ne avevo 58 ) “straniero Immigrato” di origine marocchina, tecnico informatico, che avevo conosciuto in un incontro pubblico e mi aveva colpito anche lui per la sua vivacità e intelligenza. E così dopo mesi di discussioni e ragionamenti con Patricia, Abdessamad, ed altri giovani ragazzi e ragazze italiani-e, albanesi, ungheresi, tunisine, tuareg, italoamericani, abbiamo fondato MONDITA associazione interetnica ma l’Atto Costitutivo è stato firmato solamente da cinque di noi : io, Marco, Ippolita Abdessamad e Patricia.

1 Comment

  1. Roma 2 nov. 2017 Abdessamad

    Patricia avrebbe voluto scrivere al mondo, per le sue mille e una ragione. Ma sono sicuro che nella sua storia, nel suo percorso di vita (troppo breve per i suoi sogni) chiunque avrebbe trovato un pezzo di se stesso.
    Una donna del segno del toro non poteva che essere grande sognatrice, di quelle che guardano dentro se stesse e sanno di poter dare e fare la differenza, di avere nella testa cento pensieri e mille soluzioni. Era testarda e con quell’atomo di ambizione a spingere verso il meglio, ma dicendo sempre le cose come stanno (a volte qualcuno può interpretarlo come aggressività, poteva sembrare antipatica, ma era la sua necessità di essere sincera, per una vita che le é stata spesso diffidente). Non si accontentava : perché mai esserlo quando la vita è stata a lungo un percorso di salto ad ostacoli ?. Solo chi ha attraversato la sofferenza, la mancanza di spazio e possibilità, il carico prematuro di responsabilità (che spesso fa saltare il gradino della vita da innocente fanciullo/a) e dalla famiglia numerosa, può comprendere un percorso come il suo. Ma nonostante tutto era in qualche modo riuscita ad esaudire alcuni piccoli suoi sogni.
    Con sacrificio si era laureata ma non smetteva di studiare. Era davvero intelligente. “Ciao Patricia (con la S morbida come preferiva), che fai di bello?”, “… sto seguendo questo nuovo master…”! Gli dicevo sempre che la invidiavo per la sua determinazione nel trovare il tempo per tutto questo. Meritava molto di più.. e non è retorica di compassione (non l’avrebbe mai accettata, anzi.. si sarebbe arrabbiata). Non si capacitava per questo mondo ingiusto. Sperava di tornare un giorno a casa, in Brasile, nel suo piccolo paesino lontano dalle grandi città, per aiutare gli altri. C’è chi fugge e dimentica e c’è chi non smette di sognare di avere successo e di ritornare per aiutare quelli rimasti lì. Lei era una di queste. Intanto abbracciava tutte le battaglie sociali in Italia, lotta alla discriminazione e al razzismo (ne ha subito tanto), ma anche creare momenti di cultura comune, nella diversità. Così era nato, tra il salotto di casa di Gianguido (padre dell’idea) e i tavoli della stazione di Roma Termini la nostra associazione MONDITA. Con tantissimo entusiasmo iniziale, ma anche con difficoltà. Ricordo le volte in cui l’entusiasmo era alle stelle, per una voglia di fare e pazzesca, ma anche i momenti di cedimento.
    Non avrei mai immaginato di scrivere questo ricordo per MONDITA, per Patricia, e non lo avrebbe immaginato mai nessuno, nemmeno lei stessa. É davvero assurdo e doloroso, ma a pensarci razionalmente mi viene da dire “..meno male che una “casa” in cui ricordarla c’è, quella di cui é stata anche “architetta” o colonna, e comunque è stata il primo Segretario dell’associazione”. Questo lo dobbiamo solo ed esclusivamente alla incrollabile tenacia di Gianguido Palumbo, che nemmeno noi giovani abbiamo: e lui mi conosce fin troppo bene per sapere che non sono parole gratuite.
    Patricia é una che ad un certo punto spariva e poi riappariva. Era fatta così. Dopo un anno e mezzo di lontananza ci eravamo risentiti e ri-raccontati. Era In Polonia. Ricominciare, lottare, sperare. Lei che non vedeva l’ora di tornare al sole e ai colori del suo Brasile. Non l’avrei mai immaginata lì. Molto riservata nelle sue cose, ma penso sia giusto condividere un piccolo estratto del suo sms che mi aveva mandato poche settimane fa ad ottobre “….Tante cose sono cambiate: vivo in Polonia, ho una figlia bellissima di 2 anni che se chiama Maya e un’altra Melody che arriva a febbraio. ..non avrei pensato ma ora sono mamma ed è una esperienza magica ed unica…” mi scriveva.
    Ecco… preferisco terminare qui la mia piccola dedica a Patricia sulle pagine di MONDITA.
    Grande affetto e abbracci alla sua famiglia brasiliana e al centinaio di bimbi che avrebbe voluto aiutare.
    Un immenso affetto e abbraccio a te Patricia ed alle tue piccole.
    Abdessamad

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