Morte a Venezia 2017

Roma 28 gennaio 2017

Thomas Mann nel 1912 pubblica “La Morte a Venezia” e nel 1971 Luchino Visconti realizza uno dei suoi film più belli “Morte a Venezia” tratto da quel libro. Si trattava della morte per tifo di un nobile straniero innamoratosi a Venezia di Tadzio, un giovinetto angelico di una famiglia altolocata incontrata al Lido nel grande Hotel De Bains. Libro e film erano straordinari nel descrivere un mondo d’elite dei primi del ‘900 che stava per morire concretamente e simbolicamente in una Venezia decadente.
Ad oltre 100 anni dal libro e quasi 50 anni dal film, la “Morte a Venezia” di questo inizio 2017 ha una carica simbolica altrettanto forte e può darsi che qualche scrittore e qualche regista sensibili trasformino in racconto e in film ciò che è successo domenica scorsa 22 gennaio.
Invece della morte di un nobile intellettuale straniero innamorato, ci troviamo di fronte alla morte di un giovane straniero, africano del Gambia, annegato nelle acque del Canal Grande mentre centinaia di Cittadini e Turisti, italiani e stranieri anch’essi, lo guardavano, lo fotografavano e filmavano per vedere come andasse a finire quello strano episodio imprevisto e incredibile al centro di una delle città più belle e visitate del mondo.

La storia senza commenti.
Pateh Sabally, 22 anni, nel 2015 decide di emigrare dal Gambia: un piccolo Paese circondato dal Senegal, con circa 2 milioni di abitanti per il 90% di fede islamica, diventato indipendente dalla GranBretagna nel 1965, uscito dal Commonwealth nel 2013 e trasformato dal suo Presidente in Repubblica Islamica nel 2015, lo stesso anno della partenza dal paese di Pateh. Lui arriva, non sappiamo come esattamente, in Sicilia e a Pozzallo (Ragusa) ottiene il Permesso di Soggiorno Umanitario. Non sappiamo altro fino a sabato 21 gennaio 2017: era a Milano e ha preso un treno per Venezia. Domenica 22 è seduto sulle scalinate esterne della Stazione ferroviaria con uno zainetto: le telecamere lo riprendono.

Poi lascia lo zainetto appoggiato sugli scalini e si avvicina alla riva del Canal Grande: come sempre quel posto è pieno di migliaia di persone che arrivano o partono o prendono i vaporetti e i taxi o camminano sulle due rive, con parecchie barche da trasporto anche in Canale. Pateh improvvisamente è in acqua ( alla temperatura di 5 gradi certificati ) e le riprese non fanno capire bene cosa sia successo: lui galleggia, si sposta in mezzo a vaporetti e barche e la scena crea l’attenzione progressiva e le reazioni di centinaia di persone.

Iniziano gli urli di incitamento, qualche voce invece è offensiva e razzista, ma ancora nessuno si butta in acqua per aiutare e salvare Pateh. Un Vaporetto si avvicina e il marinaio lancia in sequenza tre salvagenti a pochi metri dal ragazzo che nei video si vede ancora galleggiare con la testa fuori e a volte le braccia in alto: ma lui non prende o non riesce ad avvicinarsi ai salvagenti e lo si vede sparire sott’acqua mentre aumentano le urla di ogni tipo sia di incitamento sia di odio razzista.

Le persone spettatrici sono diventate migliaia dalle rive e dal Ponte, ma nessuno si butta in acqua per salvare Pateh. Il suo corpo viene recuperato da sommozzatori della Polizia dopo circa un’ora. Addosso gli hanno trovato i documenti custoditi in una busta di plastica sigillata. Nello zainetto lasciato a riva il biglietto ferroviario Milano-Venezia del giorno prima.
Nessuna responsabilità di omissione di soccorso neppure da parte del personale del Vaporetto, che a fronte di un uomo a mare ha l’obbligo di lanciare i salvagente, ma non deve abbandonare il mezzo, a tutela dei passeggeri. La Polizia è riuscita a rintracciare a Frosinone un cugino del ragazzo, che ha raccontato di aver cercato invano di mettersi in contatto con lui, da settembre: tutti i parenti del giovane si trovano in Germania. Quel cugino ha raccontato che forse Pateh aveva problemi di salute. Il Magistrato ha disposto l’autopsia per accertamenti vari.
I giornali locali, Gazzettino, Nuova Venezia e Corriere del Veneto (C. della Sera ) hanno titolato tutti: Suicidio di un Migrante in Canal Grande a Venezia.

Ma il direttore della sezione di Mestre della Società Nazionale di Salvataggio, ha detto che c’era un loro bagnino nella zona dell’annegamento che stava per buttarsi: «Si è tolto il giubbotto, si è guardato in giro per consegnarlo a qualcuno, ma in quel momento è stato distratto dalle urla di una donna in barca che diceva “sta facendo finta”. Il tempo di guardare meglio e l’uomo era sparito. Se lanci un salvagente a qualcuno impietrito dall’acqua gelida non lo prenderà, è meglio cercare di afferrare la persona da un barchino. Non voglio incolpare nessuno, ma forse qualcosa in più per salvarlo si poteva fare».
La notizia, il fatto così forte e incredibile, non è stato raccontato dalla stampa nazionale.
Un parroco di Marghera, Don Nandino Capovilla, ha organizzato venerdì 27, dopo cinque giorni “Una corona per il giovane Pateh”, dando appuntamento nel pomeriggio nel piazzale della Stazione di Santa Lucia, per ricordare Pateh, con una corona di fiori dei colori del suo Paese: c’erano non più di 200 persone però molte telecamere e giornalisti.
Molti i commenti in rete da parte di cittadini veneziani che hanno sottolineato la passività, l’assenza di generosità : nessuno si è buttato in acqua per salvare Pateh.
E adesso qualche riflessione.
Innanzi tutto un dubbio sul problema più importante : Pateh voleva davvero suicidarsi ? Ciò che è successo potrebbe avere tre spiegazioni: che volesse davvero suicidarsi per disperazione, delusione della condizione difficile di immigrato, per una malattia, per la scadenza del Permesso di Soggiorno; che volesse provocare a suo modo attenzione sulla sua situazione pensando che ce l’avrebbe fatta a salvarsi o da solo o aiutato; che invece si fosse avvicinato alla riva, al Canale per guardare e imprudentemente fosse scivolato e poi una volta in acqua per il freddo e la paura non fosse riuscito neanche ad aggrapparsi ad un salvagente.
Forse non sapremo mai la verità ma spero che parlando con eventuali parenti e amici si scoprirà quale delle tre ipotesi sia avvicinasse di più al vero.
Intanto però la stampa locale ha scelto subito la prima ipotesi, il suicidio, la più facile per noi, la più discolpante per tutti. Questo è un primo dato negativo della storia.
Il secondo negativo è l’assenza di informazione da parte della stampa nazionale che si occupa di migliaia di fatti di cronaca locale e di fronte ad un fatto così potente, drammatico in tutti i sensi, simbolicamente significativo, tace.
Il terzo infine è il grande interrogativo sul comportamento di migliaia di persone presenti, moltissimi giovani, veneziani, italiani, stranieri, turisti. Tutti a guardare inerti, impauriti, increduli, ma con centinaia di telefoni telecamere e macchine fotografiche pronte a “immortalare” l’evento. Certamente il freddo della giornata, il freddo e lo sporco dell’acqua del Canal Grande non favorivano un gesto generoso di salvataggio ma quante vite sono state salvate anche d’inverno in altri luoghi e situazioni in Italia negli anni scorsi: anche a Roma sul Tevere e paradossalmente a volte sono stati proprio giovani stranieri immigrati a salvare cittadini italiani. Quella domenica 22 gennaio 2017, nella città più bella del mondo, almeno duemila persone (calcolabili dalle foto)  di ogni origine ed età, hanno assistito immobili alla morte di un ragazzo nero di 22 anni che annegava nell’acqua: per suicidarsi, per protestare, per sfortuna, non si sa e non ha importanza ormai.
La passività umana, l’abitudine ad essere spettatori e non attori, a volte è disarmante. Se fosse stato un ragazzo bianco, un turista, un veneziano? Chissà se qualcuno si sarebbe gettato, davvero non possiamo saperlo, ma forse sì.