Una storia di calcio e calci

La Redazione

Pochi giorni fa nella rossa Toscana, in provincia di Livorno, in un campo di Calcio si è svolta una brutta storia con risvolti anche positivi dopo quelli dolorosi e preoccupanti.

Un giovane calciatore originario del Gambia, G.B, 18 anni, è finito all’ospedale di Cecina (Livorno) al termine della partita di calcio tra una squadra juniores e un’altra. Lo hanno insultato “mi dicevano che dovevo tornare in Africa a giocare nella foresta” e poi hanno sputato contro di lui. E infine lo hanno colpito al volto, con una testata, a fine partita: L’episodio di razzismo è stato raccontato dal quotidiano Il Tirreno ed anche da La Repubblica, dai quali abbiamo estratto alcuni passaggi.

Il calciatore originario del Gambia, ha spiegato l’allenatore, è stato insultato dal portiere e dal difensore avversario che lo marcava da quando è entrato all’inizio ripresa. “Lui è con noi da gennaio ma da un anno e mezzo si trova in Italia. Non ha genitori, è partito da solo, la sua storia è quella di tanti che vengono qui a bordo dei barconi nella speranza di una vita migliore. È un bravo ragazzo, per pagarsi il viaggio ha lavorato nelle miniere, ha camminato per giorni e giorni in situazioni disperate. Ora vive in una specie di comunità dove vengono ospitate queste persone, va a scuola ed è integrato con i nostri ragazzi. Certi episodi sembrano assurdi”. La società non ha ancora deciso se sporgere denuncia per l’accaduto. La squadra tuttavia è pronta a testimoniare sulle frasi razziste pronunciate in campo. L’altra squadra ovviamente smentisce però le affermazioni razziste, spiegando che il suo calciatore avrebbe reagito ad offese.

«Il 30% dei nostri iscritti è straniero – dice il Presidente della Società.

«Dal Gambia sono partito che avevo 17 anni, la mamma era morta e io volevo andare da mio padre che lavorava in Libia. Ho viaggiato tre settimane dietro un pick up fino al Mali. Ho lavorato in una miniera di diamanti per 4 euro al giorno, si andava sotto terra, era faticoso e a volte avevo paura. I soldi che guadagnavo mi bastavano per mangiare, mio padre me ne ha mandati un po’ per comprare un altro pezzo di viaggio. Fino al Niger. Ci davano da mangiare pasta ogni due giorni. Poi il deserto e infine Tripoli. Ho lavorato con mio padre come muratore, mescolavo il cemento: 5 euro al giorno. Dormivamo in sette dentro una stanza, senza letti, per terra. Mio padre mi diceva, qui odiano i neri, ma noi dobbiamo resistere un paio d’anni, poi ce ne andremo in Tunisia, lì sarà bellissimo.  Un giorno il padrone ha smesso di pagarci e mio padre ha detto che si smetteva di lavorare. Sono entrati due sicari con la pistola e mi hanno portato via. Mi sono nascosto in bagno e dopo sono andato dal padrone, un arabo: mi ha detto che i neri sono schiavi e che se non riprendevo a lavorare mi avrebbe ucciso come ha ucciso mio padre. Sono scappato. Ho fatto il domestico per un trafficante, poi ho preso un barcone. Eravamo in 105, il motore in mezzo al mare si è rotto e il gommone faceva entrare l’acqua. Ventuno sono morti, il viaggio è durato una settimana. C’era cibo, ma se lo prendevano quelli più grossi di me».

L’approdo in Sicilia, quindi Livorno e una casa d’accoglienza dell’ Arci.

«Ma Livorno è la mia casa» dice G. «Sogno di fare l’elettricista o di diventare bravo come Shevchenko».

Ha scritto del caso anche  il sindaco di Livorno Filippo Nogarin : “Ho incontrato il giovane gambiano, insultato e aggredito per il colore della sua pelle durante un incontro di campionato sabato scorso. Ci ha raccontato la sua vita, durissima, nella quale ha perso entrambi i genitori e affrontato altre difficilissime prove, dimostrando grande coraggio per un diciannovenne. Mi piace pensare che se gli aggressori avessero conosciuto anche solo la minima parte delle traversie di questo ragazzo, non si sarebbero mai sognati di aggredirlo, mandandolo all’ospedale. Da parte sua neppure una parola nei loro confronti e questo dimostra, per quanto sia ancora ferito per questo episodio, la sua grande personalità. È la riprova che solo con la conoscenza si raggiunge l’integrazione”.